PALERMO. L’ultima fibrillazione negli uffici del Palazzo di giustizia si materializza poco dopo le dieci di stamattina. C’entra ancora una volta l’inchiesta sulla presunta trattativa fra la mafia e lo Stato. Nella posta in entrata della casella elettronica del procuratore Francesco Messineo e di tutti gli alti magistrati dell’ufficio giunge una lettera a firma del sostituto Marco Verzera. Il pm contesta la scelta di applicare il collega Roberto Tartaglia ad una delle più delicate indagini degli ultimi anni. Nulla di personale nei confronti di quest’ultimo. Le osservazioni di Verzera si concentrerebbero solo ed esclusivamente sul metodo con cui si è giunti a scegliere Tartaglia.
Messineo avrebbe motivato la sua decisione richiamando la necessità di applicare un magistrato alla Direzione distrettuale antimafia per aiutare i colleghi titolari del fascicolo oberati di lavoro. E fin qui tutti d’accordo. Un fascicolo per il quale il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha sollevato il conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale per la faccenda delle telefonate in cui sarebbe stato intercettato mentre discuteva con Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza nell’inchiesta. Di fatto, nonostante in molti non lo giudichino tale, si è aperto uno scontro senza precedenti fra la più alta carica dello Stato e una Procura della Repubblica. In questo caso, quella di Palermo.
In un ufficio super impegnato in delicate indagini, di mafia e non, il procuratore capo ha ritenuto opportuno aumentare le forze in campo. E anche in questo caso nessuna obiezione. Ha scelto, però, uno degli ultimi arrivati nell’ufficio palermitano. Si tratta di una valutazione esclusivamente cronologica. Verzera è a Palermo da diverse anni e ha seguito delicate indagini. Da quelle sui rimborsi delle cliniche di Michele Aiello a quelle su grossi giri d’usura all’ombra di Cosa nostra, passando per le inchieste su alcuni cruenti fatti di cronaca. Nulla c’entra, dunque, la preparazione del giovane pm, giunto nel capoluogo siciliano nell’aprile dell’anno scorso dopo avere completato il tirocinio lontano dalla Sicilia. Non sarebbe stato più opportuno scegliere qualcun altro, magari con maggiore esperienza, vista la delicatezza della materia? Ecco il nocciolo della questione.
Le osservazioni di Verzera hanno appesantito una giornata dal clima già teso. Tre magistrati sono partiti per interrogare, a Roma, Silvio Berlusconi nell’ambito dell’inchiesta a carico del senatore Pdl Marcello Dell’Utri, accusato di estorsione proprio nei confronti della famiglia del Cavaliere. Da Palermo si sono mossi il procuratore Messineo, l’aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Lia Sava. Sono rimasti “a casa” gli altri titolari delle indagini, i pm Antonino Di Matteo, Paolo Guido e Francesco Del Bene. Per decidere chi dovesse partecipare all’interrogatorio sarebbe stato seguito un rigido criterio di anzianità di servizio. C’è, però, chi non ha gradito, acuendo le divergenze sorte tra i pm sull’opportunità o meno di spostarsi in trasferta per andare incontro alle esigenze dell’ex premier.
Questi episodi si aggiungono a due precedenti motivi di attrito. A giugno il pm Guido decise di non firmare l’avviso di conclusione delle indagini spedito ai dodici indagati della trattativa perché in disaccordo con la linea dell’accusa. A luglio l’aggiunto Maria Teresa Principato aveva espresso per iscritto a Messineo il suo dissenso per il via libera dato ad un blitz di polizia che avrebbe bruciato, secondo la Principato e i carabinieri del Ros, una pista che poteva portare al latitante Matteo Messina Denaro. Tutti episodi che pesano sui delicati equilibri della Procura diretta da Francesco Messineo.

