Dopo una mattinata con Leoluca Orlando, al cronista non resta che togliersi di dosso la patina ipnotica dell’incontro e ripescare le parole nel taccuino. Non è semplice. Il Professore – forse è l’appellativo che meglio lo descrive – è un romanzo a puntate condensato in un tempo relativamente breve. Abbiamo trascorso qualche ora, tra Hillary Clinton e Martin Schulz, senza tralasciare le piccole questioni immanenti di casa nostra. I discorsi di Orlando si susseguono rapidi come le identità di una matrioska. Si parte da un preambolo, per arrivare nello slargo di una parentesi che piomba l’ascoltatore in una trama parallela alla precedente. Ogni poco, il Professore dice soavemente: “Torniamo al tema”. Ma subito dopo si inerpica per una strada nascosta fin lì, visibile solo a lui, e la percorre tutta. Nel rimbalzo di date, nomi, aggettivi e fatti, è difficile non subire il fascino della narrazione orlandiana che conserva un’efficacia letteraria collaudata.
Appuntamento alle dieci e qualcosa di domenica in via Mattarella nella sede dell’Idv. Da una macchina scendono in sequenza: un ciuffo spettinato, un sigaro a brace spenta, una maglietta, una stanchezza scaturita dal frullato veloce degli ultimi giorni. Dopo un caffé gli elementi sparsi si ricompongono nelle consuete fattezze. Ecco Leoluca Orlando. Avvertenza: la sintetica cronaca di domanda e riposta non renderà mai gli sguardi, i silenzi, gli ammiccamenti, le pause studiate di un uomo che, non a caso, in Germania è stato premiato come attore.
Professore, ha mai sperimentato una sorta di ultima tentazione di Orlando? Si è mai chiesto cosa sarebbe diventato senza la politica? Avrebbe conosciuto la felicità più da vicino o più da lontano?
”Non ci ho mai pensato. Io ho già una vita senza la politica. Uno non deve fare sempre le stesse cose. E’ un consiglio della mia amica Hillary Clinton. Per fare bene la politica, devi convincere gli altri che sei pronto a non farla. Per fare bene il sindaco, idem. Un giorno potrei andare in Georgia a scrivere libri. Si sta benissimo, con una somma per noi quasi irrisoria. La Georgia è un paese magnifico. Campi da re, con trecento euro al mese”.
Nell’attesa del finale georgiano, lei non si è certo risparmiato.
”Fa parte della filosofia della mia vita. Ho bisogno di entusiasmo per andare avanti. Mi sono occupato perfino di football americano. Una volta, dico a Hillary: voglio darti il mio biglietto da visita. Lei si stupisce: come, Luca? Ci conosciamo, siamo stati a casa tua e voi darmi il bigliettino? Sei matto? Lo prende. Mi guarda: ti sei occupato pure di football americano, Luca. Incredibile!”.
Parabola significa?
“Con me Palermo ha avuto in dono una grande visibilità mondiale. Quanto vale questo? Io, per conto mio, ho seguito il mio hobby, il mio entusiasmo. Vivere è il mio hobby”.
Torniamo al presente. Lei ha scelto di sostenere Rita Borsellino. Quanto c’è di personale nella sua decisione?
”Io amo Palermo. Anzi, è meglio precisare che la rispetto. Di amore c’è sovrabbondanza sulla bocca di tutti. Ho rispetto per Palermo. Da sindaco e da politico, lo sanno tutti, non ho mai preso una tangente. E le tangenti si pagavano. Ho garantito una svolta. Un mio ritorno avrebbe annegato la Primavera nelle polemiche della contingenza. Io l’ho messa al riparo. Avrei distrutto un momento indimenticabile. La mia scelta è un atto di rispetto e, sì, di grande amore”.
Cos’è che non funziona?
”Spesso, non ci limitiamo a compiere azioni che siano immorali, illegali e sbagliate, come può capitare. Riusciamo a renderle pure estremamente sconvenienti. Siamo tormentati dagli scippatori. Dovendo pronunciarmi, nella gradazione degli errori, paradossalmente, preferisco le rapine agli scippi. Sono entrambi atti da condannare. Ma, almeno, la rapina ha dietro un progetto, coinvolge una squadra e ha meno carisma dello scippo. Uno scippo fa molto più danno. Questa terra non utilizza le immense potenzialità che ha. Quanto vale portare la gente a Corleone e dimostrare che lì non c’è più mafia che altrove? Quanto vale – insisto – il sistema virtuoso di relazioni che ho sempre messo a disposizione della mia città, con passione e dedizione? Supplicavo gli imprenditori locali: viaggiate con me! Non è mai accaduto”.
Lei viaggiava e viaggia molto.
”In Germania andavo con nomi falsi, per ragioni di sicurezza e per giustificare l’apparato di polizia che mi proteggeva. Ho viaggiato col cognome Brusca…”.
Lei ha amici in Germania.
”Uno dei più cari è un certo ex libraio che mi chiese di aiutarlo agli inizi. Un certo Schulz. Ho amici dappertutto”.
Il kapò?
”Precisamente. Le racconto un episodio”.
Prego.
”C’era un imprenditore tedesco molto in vista. Decise di comprare villa a Palermo. Scoprì che il mediatore l’aveva praticamente truffato. La villa non era a posto ed era abitata da custode non commendevole. Riuscimmo a risolvere la situazione nella piena ottemperanza alle regole. Però non è questo il punto”.
E qual è?
”Ma come!? Viene un tedesco danaroso e noi cerchiamo di fregarlo! Quello in Sicilia non ci metterà più piede. Siamo maestri dei contratti sconvenienti, dicevo. Ignoriamo l’etica della convenienza. Siamo masochisti. E c’era un altro da cui pretendevano una tangente. Gli consigliai di lasciare perdere, per una questione di correttezza, e mandò a monte l’investimento. Rammento la lezione di un personaggio influente: se io faccio un affare, regalo un camion di pellicce di visone a chi mi ha favorito. Se è disonesto se lo prende, altrimenti lo rimanda indietro e sostiene che la moglie è animalista. Ma non esiste che io dia una sola pelliccia prima, senza avere combinato nulla. Ecco, masochisti…”.
A bruciapelo: Raffaele Lombardo è meglio di Cuffaro, è peggio o sono uguali?
”Lombardo rappresenta la razionalizzazione dello stesso sistema di potere. Cuffaro era disordinato e lasciava qualche buco nella sua rete clientelare. Lombardo è scientifico. Occupa ogni interstizio. C’era una vecchia politica e ce n’è una nuova. Vale anche per la mafia”.
Apriamo una parentesi di vita. Altri entusiasmi?
”Ho adottato un ragazzo russo, grazie a una mia amica di laggiù, Svetlana. Si chiama Nikita-Leoluca, l’unico al mondo con un nome così. L’abbiamo battezzato a San Pietroburgo. Titolo di un giornale: ‘Da Palermo arriva un padrino buono’. Quanto vale?”.
Ha qualcosa di lui?
”Lo hanno trovato bambino, nudo nella neve con un crocifisso. Nikita-Leoluca mi ha regalato il crocifisso, il suo tesoro più prezioso. Lo porto immancabilmente con me. Ho viaggiato tanto, pure con Giovanni Falcone”.
La parentesi la apro io. Giovanni Falcone e il maresciallo Lombardo. Le sue controverse apparizioni in tv. La famosa denuncia sulle carte nei cassetti della Procura. Una seconda celebre denuncia e il suicidio del maresciallo…
“Su Falcone mi sono spiegato in lungo e in largo. Lui era un magistrato e doveva trovare le prove. Io faccio e facevo il politico. Il mio compito sta nel coraggio di indicare le responsabilità con chiarezza. Ridirei quello che ho detto sui depistaggi dell’Arma. Nella sentenze c’è molto da leggere a riguardo. Per il suicidio del maresciallo Lombardo, umanamente, ho sofferto come un cane”.
Di nuovo un nome a bruciapelo: Fabrizio Ferrandelli. Come è andata?
”Posso dire solo che il tempo mi sta dando ragione circa le inclinazioni di un giovane di cui mi fidavo”.
Se Ferrandelli vincesse le primarie…
”Non esiste. Rita Borsellino vince le primarie. E vince al primo turno. Le racconto un’altra storia”.
Prego.
”Io non raccomando nessuno. Mio genero è medico, uno bravo. Qui aveva difficoltà. Si è trasferito a Parigi. Ha compiuto i suoi passi con coscienza. Adesso lavora in Canada come cardiochirurgo. Ha rifiutato un’offerta economicamente più vantaggiosa, perché lì si trova bene. La morale? Ma i palermitani lo sanno cos’è la qualità della vita? Lo sanno cosa vuol dire essere liberi? Se vuoi uccidere qualcuno, raccomandalo. L’altro nostro vizio capitale? L’appartenenza”.
Lei come è sopravvissuto a Palermo?
”Io non sopravvivo. Vivo. Pratico la regola fondamentale. Se hai solo radici, marcisci. Sei hai solo ali, ti perdi. Non sono un rondinone e non appassisco. Ho ali e radici”.
Ci sarebbero tanti altri argomenti nel flusso di coscienza, punteggiato di domande e di risposte a vasto raggio, della chiacchierata col Professore. Alcuni non sono riportati per lealtà nei confronti di un interlocutore generoso che su un paio di questioni, per discrezione, ha chiesto il riserbo, nonostante un possibile ritorno di immagine. Altri hanno la consistenza del discorso confidenziale, non pubblico.
Tra questi, c’è la memoria di Joseph O’ Dell, l’americano mandato a morte ingiustamente in patria. Sepolto a Palermo, per volontà del sindaco di allora. Era Leoluca Orlando che ricorda: “Alle tre italiane, ora dell’esecuzione, pregai per Joe. Lo avevo promesso”.
Sul resto, valuterà il lettore. Su O’ Dell chi scrive ha una parola in ghiacciaia dal ’97, anno della morte di Joe. E’ il momento buono per scongelarla. Grazie, Professore.
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