Un ciclone ha devastato la Sicilia nell’indifferenza. In coda a giorni terribili, in calce al dolore e allo sgomento per chi ha conosciuto la distruzione, resta un sapore amaro in bocca. Il gusto acre dell’altrui noncuranza, passato lo Stretto.
Lo sguardo mediatico nazionale, dopo i momenti iniziali, ha spostato una questione vitale – con i danni c’è in gioco la sopravvivenza di tanti siciliani – al secondo, se non al terzo piano delle cronache. Il ciclone è stato fagocitato da altre urgenze di racconto. A cominciare dal giovedì di Coppa.
C’è stata una prima assunzione di responsabilità del governo nazionale. Seguiremo lo sviluppo della vicenda con particolare cura. Non si ammettono ritardi, né omissioni. Il governo regionale si è attivato nell’immediatezza e in prospettiva.
Sono divampate, naturalmente, le onnipresenti polemiche politiche. Come se ogni argomento fosse eternamente destinato a trasformarsi in un ring per misurare le rispettive artiglierie dialettiche, nel nome di una solidarietà d’occasione col ‘popolo siciliano’.
Ma non tutto è riconducibile al consumato paradigma dell’irredimibilità. C’è anche dell’altro: la voluttà di battagliare, di dividersi, di accusarsi. Ben oltre la normale liturgia che prevederebbe uno straccio di tensione alla concretezza.
La povera Sicilia, utile per ogni forma di scontro, viene sottovalutata nell’ora delle urgenze, nella percezione collettiva, schiaffata nel sottoscala delle vicende meno importanti.
Perfino gli eventi naturali catastrofici arrivano dopo la scontata narrazione dei luoghi comuni. O siamo mafiosi e corrotti, oppure non c’è sguardo che si posi per una attenzione durevole. O recitiamo la parte corrispondente alla pessima trama desiderata, o non suscitiamo reazioni.
Storia vecchia, purtroppo. La domanda, di conseguenza, non cambia, non c’è motivo, anzi… La domanda, appunto: “Come si può essere siciliani?” (cit).
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