Noi siciliani sappiamo dove eravamo e cosa facevamo il 23 maggio e il 19 luglio del 1992. I cari volti degli assassinati nelle stragi e la ferocia degli assassini hanno impresso indelebilmente un marchio nel corpo ferito della memoria.
Noi cittadini del mondo sappiamo anche dove eravamo e cosa facevamo l’undici settembre del 2001, quando l’aereo sbucò all’orizzonte, nel cielo azzurro di New York, puntando l’odio dei carnefici contro le vittime innocenti.
Quel giorno in via Lincoln
Io ero al ‘Giornale di Sicilia’, in via Lincoln, con altri colleghi. Il mio capo di allora, poi indimenticabile fondatore di questo giornale e direttore, il compianto Francesco Foresta, approdò nella sala della redazione, dal suo gabbiotto. Tentò la consueta dissimulazione con una battuta: “I marziani ci stanno attaccando”. Ma si vedeva che gli veniva difficile. Non c’erano posti lontani dal disastro.
Tutti ci precipitammo davanti al televisorino redazionale. Erano tempi diversi. Oggi le informazioni viaggiano velocissime, allora non ancora, non così. Ma noi giornalisti eravamo i primi a conoscere la realtà. Quell’istante ci spiazzò, derubandoci della consapevolezza. Avevamo davanti agli occhi qualcosa che accadeva, che non riuscivamo a capire.
L’indomani avremmo raccolto notizie da impaginare, saremmo tornati a una dolorosa parvenza di normalità, risalendo a poco a poco dall’abisso, non completamente. Una porzione di noi è rimasta laggiù.
Uno shock immenso
Provammo un sentimento di shock che non sarebbe andato più via. L’inimmaginabile era accaduto. Era stato possibile massacrare, uccidere, devastare, senza difesa e senza rispetto. Erano stati cancellati gli ‘insospettabili di una catastrofe’. Una sensazione che, adesso, appartiene a chiunque, per esperienza o per immaginazione, per come vanno le cose. Nessuno si sente più al sicuro. Prima di quel settembre, invece, sì.
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L’aereo nel cielo ha provocato uno strappo che ci costringe, venticinque anni dopo, ad abitare nel luogo del terrore permanente, su scala universale. Lì, dove non eravamo mai stati. Rivedo Francesco e i colleghi col pallore sul viso. Moltiplico la scena all’infinito. L’undici settembre del 2001 è il giorno che ha cambiato tutto. Che ha demolito i solidi edifici del nostro stare insieme. Purtroppo, per sempre.
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