La giustizia di amici e parenti

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I casi antinoro e Matracia
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(R.P.) Quando questo giornale organizza le sue campagne contro l’abuso della carcerazione preventiva, a favore dei militi ignoti della galera, la risposta dei lettori, di solito, è un silenzio tombale. E poi c’è immancabilmente qualcuno che grida e protesta perché gli sembra corretto che le prigioni siano luoghi spaventosi, senza un barlume di dignità umana. Ora ci sono due casi di cronaca che riguardano personaggi in vista: un avvocato, fratello dell’onorevole Antinoro, e il dottor Matracia, medico sociale del Palermo. Accanto alle solite esecrabili posizioni forcaiole, di chi condanna senza nemmeno aspettare un po’, fioriscono consistenti attestati di sdegno, riassumibili nella sintesi di un concetto: come vi permettete?

Già, come vi permettete di dare la notizia e di raccontare i particolari delle indagini, facendo il vostro mestiere di cronisti? Come vi permettete di scrivere – carte alla mano – che secondo l’accusa il dottore era al bar, nell’orario di lavoro? Eppure, ieri, abbiamo pubblicato la notizia di un uomo, scagionato da un pentito per un delitto del 2007, e probabilmente innocente. Strano: la storia del Carneade extracomunitario non ha mosso un muscolo del viso di coloro che si accaloravano a difendere nomi assai più titolati, finiti nel calderone della giustizia.

Che ci sia effettivamente un calderone – non sempre inappuntabile – e che non sia piacevole cascarci dentro, lo scriviamo da anni. Ma vorremmo che la questione valesse e muovesse alla rabbia – a prescindere dai casi in specie – quando il problema si pone per tutti. Non per gli amici e per i parenti, con un posto al sole nella società. E che vogliamo fare: la divisione giuridico-mediatica tra i figli della contessa e i figli di nessuno? Davvero, oltre ogni immaginazione, Palermo è sempre Palermo.

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