Lo specchio di Palermo sta sotto i portici in via Mariano Stabile. E’ una porta a vetri opaca. Ognuno reagisce a suo modo, come davanti alle colonne della verità nella Storia infinita. C’erano dei ragazzi cinesi. Una radio poggiata a terra suonava La Macarena. Loro ballavano, guardandosi allo specchio. C’erano delle ragazze africane. Si pettinavano con l’aiuto del riflesso. Si specchiavano. E ridevano. Un cane di nazionalità incerta ha fiutato a lungo la superficie, incuriosito dall’altro cane, il suo gemello, se stesso. Ha abbaiato per vedere la reazione e anche l’altro gli ha risposto, abbaiando. Ha scodinzolato e anche l’altro ha imitato lo scodinzolio. E’ fuggito via, il cane. E l’immagine lo ha accompagnato nella ritirata, perdendosi nel rovescio di via Mariano Stabile, nella copia di una fetta di Palermo dentro il suo specchio.
Ci saranno altri specchi. Altre pozzanghere. Altri pezzetti di cartone lucido, per rubare un frammento in fotocopia. Ci sono gli specchietti delle macchine. Ci sono le vetrine dei negozi. Ma solo nella porta a vetri di via Mariano Stabile la gente si ferma e si guarda con passione. Io li vedo tutti, ogni mattina, quando faccio a piedi la strada per la redazione. Vedo gli immigrati che ridono, danzano, imitano incontri di pugilato, mimano La Macarena. E vanno via come rinfrancati dall’incontro con lo specchio.
I palermitani no, quasi che ci fosse un sortilegio malefico in agguato o un malanno dietro una finestra socchiusa che non devi spalancare mai. Noi sfiliamo velocissimi. Un’occhiatina e via. Nessuno si ferma. Forse abbiamo fretta. Forse non abbiamo voglia di specchiarci e di considerare, sotto i vestiti, la nostra nudità. Forse abbiamo paura. Che spettacolo noi davanti allo specchio e il nulla dall’altra parte. Via Mariano Stabile affollata di ombre.

