PALERMO – Nessun dubbio per i giudici di appello. L’avvocato Enzo Fragalà fu pestato a morte perché veniva considerato un “avvocato sbirro”. La Corte di assise di appello, presieduta da Angelo Pellino, venerdì scorso, ha depositato le motivazioni della sentenza per l’omicidio del penalista palermitano.
Confermata la sentenza di primo grado. Queste le pene: Antonino Abbate 30 anni, Francesco Arcuri 24 anni, Salvatore Ingrassia 22 anni, Antonio Siragusa 14 anni. Assolti Paolo Cocco e Francesco Castronovo. Pe loro, difesi dagli avvocati Edi Gioè, Rosanna Vella e Debora Speciale, la prova non ha superato il vaglio del collegio “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
La sera del 23 febbraio 2010 Enzo Fragalà era appena sceso dal suo studio di via Nicolò Turrisi, a pochi passi dal Palazzo di giustizia. Come ricostruirono i carabinieri del Nucleo investigativo. Un uomo lo aggredì con un bastone. Un colpo alle gambe per bloccarne la fuga. E poi altri colpi alla testa mentre la vittima cercava di proteggersi con le braccia dalla furia dell’aggressore. Tre giorni dopo, il 26 febbraio, il cuore del penalista smetteva di battere all’ospedale Civico di Palermo
Il movente
“Le cronache giornalistiche e taluna indiscrezione investigativa avevano parlato di tutto, collegando la mortale all’aggressione al passato politico di destra del professionista, a divergenze con un cliente del tutto insoddisfatto dell’operato del proprio patrono ed anche alla vendetta subita da Fragalà per le sue presunte avance fatte alla moglie in un soggetto vicino ad ambienti mafiosi – scrivono i giudici nelle 230 pagine di motivazione -. Nessuna di queste piste, come quella evocata dal rinvenimento sul muro del porticato di un logo di simbologia antifascista, evocativo di ambienti della sinistra antagonista, o quella del cliente insoddisfatto, aveva mai tuttavia superato la soglia delle semplici dicerie da caffè o poco più”.
Pista passionale smontata
Era stata la collaboratrice di giustizia Monica Vitale a parlare per la prima volta della pista passionale, ma i giudici la picconano: “Durante il dibattimento di primo grado tuttavia si era avuta piena conferma, per vari ordini di ragioni, dell’assoluta inconsistenza di quanto aveva riferito, non può dirsi se genuinamente seppur senza basi o per depistare”.
“Punito da Cosa Nostra”
Ritiene il collegio, “come già aveva ragionevolmente ritenuto la Corte di primo grado, che il movente del delitto ricolleghi l’aggressione ai danni del professionista ucciso ad una sorta di punizione che Cosa Nostra valeva infliggere ad un avvocato ormai additato come sbirro”.
Il collaboratore Antonino Siragusa, le cui dichiarazioni hanno mandato al macero quelle del pentito Francesco Chiarello, che “Abbate aveva spiegato a Siragusa e a Ingrassia che Fragalà invece di farsi l’avvocato faceva il carabiniere”.
Doveva essere una punizione. Tra i mafiosi, liberi e detenuti, covava il malcontento per l’avvocato “sbirro”. “Sbirro” perché i clienti di Enzo Fragalà facevano ammissioni nei processi e rendevano interrogatori che mettevano nei guai i boss. “Sbirro” perché non aveva esitato, per difendere al meglio un suo assistito, a rendere pubblica la corrispondenza della moglie di Nino Rotolo, padrino della vecchia mafia.
Nei primi quattro interrogatori “Chiarello aveva sempre mantenuto più o meno ferma la propria ricostruzione, attribuendo agli imputati Siragusa e Ingrassia il ruolo di materiali esecutori del brutale e fatale pestaggio, salvo mutare totalmente quanto inopinatamente versione dell’interrogatorio del primo ottobre 2015”. Fu allora che indicò “Ingrassia e Siragusa quale autori materiali all’aggressione fisica. Chiarello aveva invece attribuito tale e precisa condotta materiale agli odierni imputati Castronovo e Cocco”.
La Corte di appello conferma la stroncatura di Chiarello, le cui dichiarazioni vengono definite “un vero e proprio effetto pirotecnico che come tutti i fuochi artificiali aveva fornito iniziali sensazioni forti e giudiziariamente gratificanti, accompagnate tuttavia, alla fine, da una sgradevole sensazione di evanescenza e di vuoto”.
I familiari di Fragalà erano parte civile con l’assistenza degli avvocati Enrico Sanseverino ed Enrico Trantino. Parte civile anche la Camera penale (avvocato Giuseppe Scozzola), l’Ordine degli avvocati (avvocato Cesare Faiella), il Consiglio nazionale forense, il Comune di Palermo e l’associazione “Antonino Caponnetto”.

