"Pizzo sulle auto rubate", condannata la "banda" di Brancaccio

“Pizzo sulle auto rubate”, condannata la “banda” di Brancaccio

I nomi degli imputati e le pene

PALERMO – Rubavano le auto e chiedevano il pizzo per restituirle. Il giudice per l’udienza preliminare Marco Petrigni ha condannato sette imputati. La base operativa era in due edifici in cortile Vaccaro.

L’inchiesta era un rivolo di un blitz antimafia a Brancaccio, scattato all’indomani dell’omicidio del boss emergente Giancarlo Romano, avvenuto il 26 febbraio dell’anno scorso allo Sperone. I poliziotti della squadra mobile scoprirono che dietro il sistema del cavallo di ritorno c’era il benestare della mafia che incassava una percentuale.

Queste le condanne: 10 anni a Mauro Macaluso, 8 anni e mezzo a Davide Giuseppe Arduino (farebbe parte della cosca di Brancaccio), 5 anni e 4 mesi al figlio, Giuseppe Arduino, Emanuele Macaluso, Francesco Mandalà, Domenico Maranzano e Francesco Musso.

Macaluso è già stato condannato in un altro processo in cui era imputato anche un il funzionario della Motorizzazione civile, Luigi Costa, condannato a sette anni e due mesi in primo grado. Dietro l’armadio e la camera da letto di casa sua l’investigatori trovarono un sacchetto con dentro 590 mila euro in contanti. Sarebbero state le tangenti per sistemare le pratiche alla Motorizzazione.

Le intercettazioni svelarono il dissenso di Romano. Questo giro di furti e la richiesta di pizzo che variava da 500 a 1000 euro rischiavano di attirare attenzioni delle forze dell’ordine. “Tu sei recidivo fratello mio, perché tu ti prendi quelli, ci mangi di sopra a quelli che rischiano il carcere”, diceva Romano.


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