Migranti, gli insulti a Lorefice

Contro gli insulti a Lorefice: il Mediterraneo ci chiede di restare umani

La riflessione del responsabile della Comunità di Sant'Egidio in Sicilia

Gli insulti rivolti sui social a Corrado Lorefice non sono solo un attacco personale: sono il riflesso di una frattura profonda nel nostro modo di stare nella storia. Colpiscono perché rivelano quanto sia diventato fragile, quasi intollerabile, il richiamo alla responsabilità davanti alle tragedie che continuano a consumarsi nel Mediterraneo.

Eppure, proprio in queste settimane, i numeri ci costringono a guardare in faccia la realtà: nel 2025 almeno 1.697 persone sono morte tentando di raggiungere l’Europa, tra cui 93 bambini. E dal 2014 al 2025 le vittime lungo le rotte mediterranee sfiorano le 33 mila unità. Una contabilità che non dovrebbe lasciare spazio né all’indifferenza né alla derisione.

Ogni vita perduta è una sconfitta

Lorefice ha ricordato che ogni vita perduta in mare è una sconfitta collettiva. Ha osato dire che non possiamo abituarci ai naufragi, né accettare che il mare diventi un confine mortale. Ha richiamato l’Europa alle sue responsabilità, in un tempo in cui la rotta mediterranea resta «sempre più letale» secondo gli osservatori che monitorano i flussi e le omissioni dei soccorsi. Per questo è stato attaccato: perché ha incrinato la comfort zone dell’ostilità, perché ha ricordato che la dignità non è un’opinione, ma un dovere.

Gli insulti che lo hanno colpito sono ingenerosi verso la nostra stessa storia. La Sicilia, la Calabria, l’intero Mezzogiorno hanno costruito la loro identità sull’incontro, sulla mescolanza, sull’ospitalità come gesto naturale prima ancora che come scelta etica. Offendere chi difende questa memoria significa recidere un pezzo di ciò che siamo. Significa dimenticare che siamo stati migranti tra i migranti, che i nostri porti hanno accolto e chiesto accoglienza.

In questi giorni, mentre il Mediterraneo continua a restituire storie spezzate
, la voce di Lorefice è una delle poche che prova a rimettere al centro la domanda essenziale: che cosa resta della nostra umanità se accettiamo che il mare diventi un cimitero? Non è una domanda teologica, né politica: è una domanda civile. E chi la pone merita ascolto, non dileggio.

La solidarietà necessaria

La solidarietà nei confronti dell’arcivescovo non è un gesto di parte, ma un atto di igiene democratica. Significa difendere lo spazio del dialogo, della complessità, della compassione. Significa dire che non tutto può essere ridotto a slogan, che non tutto può essere sacrificato sull’altare della rabbia social. Significa, soprattutto, riconoscere che la voce di chi richiama alla responsabilità è un presidio di civiltà.

In un tempo in cui il Mediterraneo continua a chiedere risposte e non slogan, la presenza di figure come Corrado Lorefice è un argine prezioso contro la deriva dell’indifferenza. A lui va la nostra piena solidarietà: non solo per gli insulti ricevuti, ma per il coraggio di ricordarci, ogni giorno, che la vita umana non è mai negoziabile.

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