Frana di Niscemi: 13 indagati, fra cui 4 presidenti della Regione

Frana di Niscemi, politica sotto accusa: fra i 13 indagati 4 governatori

frana Niscemi
La Procura di Gela contesta un'inefficienza lunga 29 anni

“Ci sono state inadempienze tra il 12 ottobre del 1997 e il 25 gennaio 2026?”. La Procura di Gela è andato indietro nel tempo per accertare le responsabilità per la frana di Niscemi. La risposta si traduce nell’iscrizione nel registro degli indagati di 13 persone. Compresi quattro presidenti della Regione: Raffaele Lombardo (2008-2012), Rosario Crocetta (2012-2017), Nello Musumeci (2017-2022, attuale ministro della protezione civile), Renato Schifani (dal 13 ottobre 2022 e ancora in carica).

Sono indagati per disastro colposo e danneggiamento a seguito di frana assieme ai vertici della Protezione civile che si sono succeduti negli anni – Pietro Lo Monaco, Vincenzo Falgarese, Calogero Foti e l’attuale Salvo Cocina – e ai cosiddetti soggetti attuatori di piani di intervento contro il dissesto idrogeologico mai avviati: Maurizio Croce, Giacomo Gargano, Sergio Tumminello e Salvatore Lizio.

Indagata anche Sebastiana Coniglio, rappresentante legale dell’Associazione temporanea di imprese che avrebbe dovuto realizzare alcune opere appaltate nel 2009.

Frana di Niscemi, le indagini

C’erano i soldi e i progetti, ma nulla o quasi è stato fatto dal 1997, anno della prima frana. Furono abbattute alcune case. Poi, il nulla. Neppure quando nel 2019 un’altra frana provocò la chiusura di una delle tre strade provinciali di accesso al paese. Già allora la frana di Niscemi per valutazione di rischio geologico era stata catalogata con il massimo grado di pericolosità.

L’iter e il costo dei lavori

L’ultimo atto ufficiale della Regione siciliana legato alla frana del ’97 risale all’agosto di un anno fa e riguarda un progetto di consolidamento e sistemazione idraulica del torrente Bonifazio. L’iter va avanti da anni e l’importo complessivo stimato per i lavori è 14 milioni di euro. Ad oggi gli interventi non sono stati realizzati. Da qui la risoluzione del contratto decisa dalla Regione per gravi ritardi dell’appaltatore.

Il “pool frana di Niscemi”, sotto la guida del procuratore Salvatore Vella, ha setacciato trent’anni di vita amministrativa per accertare presunte omissioni dopo il primo grave movimento franoso. Ha studiato carte e convocato testimoni e persone informate sui fatti.

I danni della frana e la zona rossa

Lo scorso gennaio gli esperti usarono un paragone fortissimo per descrivere la portata del disastro. Il movimento franoso di Niscemi ha superato quello del Vajont: 350 milioni di metri cubi, contro i 263 del 1963. Quasi una volta e mezza la quantità di costone roccioso che una sera di ottobre di sessantatré anni fa si staccò dal Monte Toc. Precipitò nella diga friulana, provocando un’onda che travolse Longarone, Erto e Casso tra le province di Belluno e Pordenone. I morti furono 1.917, 400 dei quali mai più ritrovati. Per fortuna a Niscemi non ci sono state vittime.

La frana ha un fronte lungo 4 chilometri. Oltre 1.500 sfollati che sono scesi a 900. C’è una zona rossa che resterà così per sempre. Chi ha lasciato le case non vi potrà più fare ritorno.


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