PALERMO – Nino Sacco risponde al giudice per le indagini preliminari. Il boss di Brancaccio non si sottrare a nessuna domanda e ci tiene a farlo notare. Anche questo è il segno dei tempi e di una mafia che cambia.
“Voglio rispondere”, dice al giudice per le indagini preliminari Lirio Conti davanti al quale si presenta per l’interrogatorio di garanzia dopo il fermo, in presenza degli avvocati Jimmy e Umberto D’Azzò.
I precedenti penali del boss Sacco
Non è la prima volta che viene interrogato. La sua fedina penale è macchiata da pesanti precedenti penali. “Prima non ho mai riposto, ora sì”, sottolinea per rimarcare la differenza fra presente e passato. “Io non c’entro niente”, aggiunge. Respinge le accuse, eppure sono gli altri indagati a tirarlo in ballo nelle intercettazioni. “È facile fare il mio nome dopo che mi sono fatto 20 anni di carcere”, spiega. Come dire che spendono il suo nome per “farsi grandi”, ma lui dopo la scarcerazione non si è più occupato di faccende di mafia.
Il primo arresto e la prima condanna per associazione mafiosa risale al 1996, nel 2004 la seconda, nel 2013 la terza. In mezzo c’è stato pure un quarto arrestato e un’assoluzione. Nino Sacco si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere, al contempo sacrosanto diritto di un indagato e vecchia regola mafia. I tempi cambiano, però.
A maggio 2024 la scarcerazione e, secondo la Procura di Palermo, il ritorno al potere con la stessa veemenza di prima. Si muoveva guardingo e lasciava i compiti operativi al nipote Carmelo. “Con lui solo rapporto di affetto”, dice al giudice.
“Estorsione? No era un credito”
Nega pure l’unica estorsione che gli viene contestata come commessa in prima persona. Secondo l’accusa, si sarebbe fatto consegnare una somma di denaro dal titolare di un ingrosso di bibite. “Non ce la fa perché è stato operato”, disse Antonino Spadaro al boss dopo che l’imprenditore aveva chiesto tempo.
“Nino, faccela sbrigare a noi e levati da sotto, che gli mando a lui e in tre giorni ci da i soldi. Ma che stai dicendo? Gli devi fare la forzatura – rispose Sacco – levati di sotto, se tu lo acconsenti, noi siamo molto delicati, ma questo sai si sta cullando perché ha rapporti con te. Lui deve uscire i soldi… ce lo sbrighiamo noi. Entro 48 ore ci deve portare i soldi e lui se li può andare a fare prestare, Nino. Nino abbiamo preso impegni”.
L’invito perentorio del boss fu accolto. A ritirare i soldi si recò Saverio Marchese – la cifra non è stata quantificata -, mentre Antonino Giuliano spiegava ad Antonino Sacco. “Terrorizzato, credimi, terrorizzato. Si è messo a piangere, a piangere, a piangere”. Il grossista di bibite aveva pagato per paura.
Ma quale pizzo, spiega Sacco nel corso dell’interrogatorio dopo che il giudice gli legge le intercettazioni. Il boss di Brancaccio offre la sua versione: si tratterebbe di un vecchio credito mai incassato. Prima di finire in carcere nel 2013 il commercialista aveva commissionato dei lavori alla famiglia Sacco – titolare di un’officina per la lavorazione del ferro – ma non aveva saldato il conto. Tra le prime cose che Nino Sacco fece pochi mesi dopo la scarcerazione fu andare a battere cassa.
Il ragioniere Vulcano risponde al Gip
Anche Giuseppe Vulcano, altro principale indagato del blitz che ha coinvolto 32 persone, ha risposto al giudice per negare le accuse. Accompagnato dagli avvocati Raffaele Bonsignore e Antonio Gargano ha spiegato di avere sempre e solo lavorato. E le aste per ricomprare immobili per conto dei boss, i beni accaparrati di ricchi possidenti morti senza eredi? “Tutto regolare”, sostiene.
Normali rapport i coni clienti. Il fatto che siano mafiosi è un fattore secondario. È nato e cresciuto accanto a molti di loro, spiega, è normale che fossero tra i suoi clienti. Il ragioniere ne segue parecchi, il giro di affari è grosso e giustificherebbe, a suo dire, anche i suoi investimenti personali.

