La Sicilia che (non) vorrei. Puoi partecipare anche tu. Scrivi a direttore@livesicilia.it. LEGGI QUI.
C’è un’iniziativa, in queste settimane, che merita di essere presa sul serio. Un giornale chiede a chi ha guidato, amministrato, rappresentato la Sicilia di fermarsi un momento e rispondere a una domanda semplice quanto scomoda: qual è la Sicilia che non vorreste? È una domanda che sembra facile e che invece mette a nudo tutto: il coraggio di chi la affronta, la superficialità di chi la elude, l’onestà di chi prova davvero a rispondere.
E allora bisogna dirlo con chiarezza: leggere certe risposte, in materia di sanità, fa uno strano effetto. C’è chi oggi si stupisce di corsie sovraffollate, di liste d’attesa infinite, di pronto soccorso al collasso, di territori interi senza un presidio degno di questo nome — e lo fa con la meraviglia di chi scopre un mondo che non conosceva. Peccato che quel mondo, spesso, lo abbia costruito con le proprie mani, con le proprie scelte, con i propri silenzi. È la sindrome di Alice nel paese delle meraviglie: ci si stupisce di un disastro di cui si è stati, in tutto o in parte, autori.
Questa non è polemica fine a se stessa. È il cuore del problema. Perché la Sicilia che non vorremmo non nasce dal nulla: nasce da decisioni prese, da nomine fatte, da tagli approvati, da promesse non mantenute, da anni di gestione — o di non gestione — della cosa pubblica. E se oggi si vuole davvero cambiare rotta, il primo passo non può essere l’ennesimo elenco di buoni propositi. Il primo passo deve essere la verità.
Verità vuol dire onestà intellettuale. Vuol dire avere il coraggio di dire le cose come stanno, di chiamare le responsabilità con nome e cognome, senza nascondersi dietro il “noi” collettivo che assolve tutti e non responsabilizza nessuno. Se non si ha il coraggio di fare i nomi, va bene: ma allora si abbia almeno l’onestà di proposte serie, concrete, verificabili — non l’ennesima lista della spesa buona per tutte le stagioni elettorali.
E qui arriva il punto più delicato, quello che nessuno vuole davvero affrontare: per essere credibili bisogna essere trasparenti fino in fondo. Non basta indignarsi a parole per la sanità che non funziona, se poi si continua a circondarsi di compagni di viaggio, di alleanze, di rapporti che quella stessa sanità l’hanno gestita, occupata, lottizzata.
Come diceva un vecchio adagio: non basta essere onesti, bisogna anche apparire tali, perché anche il solo sospetto mina la fiducia. La moglie di Cesare non doveva essere sospettata nemmeno lontanamente — e chi oggi chiede fiducia ai siciliani su un tema delicato come la salute dovrebbe porsi la stessa domanda: posso davvero dire “io sono così”? Le mie frequentazioni, i miei sostegni, le persone che mi hanno portato fin qui, reggono a uno sguardo limpido?
La Sicilia che non vorremmo è fatta di ospedali che chiudono i reparti d’estate, di medici che se ne vanno altrove, di famiglie che si indebitano per curarsi fuori regione, di anziani lasciati soli nei paesi dell’entroterra. Ma è fatta anche, e forse soprattutto, di una classe dirigente — di ogni colore, di ogni epoca — che troppo spesso ha preferito la gestione del consenso alla cura del bene comune, la fedeltà di cordata alla competenza, il posto assicurato al merito.
Non è un atto d’accusa contro qualcuno in particolare. È un invito, rivolto a tutti, prima di rispondere a quella domanda del giornale con belle parole: guardarsi allo specchio. Chiedersi onestamente quanto della Sicilia che non vorremmo porti anche la nostra firma. E solo dopo, forse, si potrà parlare di futuro con la credibilità che questa terra merita — e che troppo spesso le è stata negata da chi prometteva di salvarla.
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La Sicilia che vorremmo comincia da qui: dalla verità che si ha il coraggio di dire, prima ancora che dalle promesse che si ha l’abitudine di fare.
Renato Costa, responsabile regionale Sanità di Cgil, già commissario Covid




