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Ho fatto il medico dal 1981 e per molti anni, il chirurgo toracico. Ho conosciuto la soddisfazione del successo professionale, ma soprattutto ho imparato a conoscere la mia terra attraverso le persone che incontravo negli ospedali, nelle sale operatorie e più tardi, nelle loro case, quando la malattia diventava più difficile e la vita più fragile. È anche per questo che, quando mi chiedono quale Sicilia vorrei e quale invece non vorrei più, sento di poter rispondere non soltanto con le idee, ma con ciò che ho vissuto.
La strage, potevo esserci anche io…
Ho conosciuto la Sicilia della stagione delle bombe e quella di uomini che hanno scelto di non piegarsi. Il 29 luglio 1983, il giorno dell’assassinio di Rocco Chinnici, per pochi secondi avrei potuto essere anch’io tra le vittime. Ero a casa con mia moglie e con mio figlio, che aveva appena tre mesi e stavo per scendere in portineria quando mio padre venne a bussare alla porta per salutare il nipotino. Quei pochi minuti cambiarono la mia vita: se fossi sceso, sarei stato lì quando esplose l’autobomba.
Ho avuto la fortuna di conoscere Piersanti Mattarella e di frequentare la sua scuola politica, ho conosciuto Giovanni Falcone e l’ho visto arrivare in fin di vita in ospedale dopo la strage di Capaci. Sono esperienze che non si possono archiviare come ricordi personali, perché appartengono alla storia della nostra terra e hanno contribuito a formare il modo in cui guardo ancora oggi alla Sicilia.
La malattia di un padre con il figlio medico
Ma la vita mi avrebbe posto davanti, poco dopo, un’altra esperienza che avrebbe segnato profondamente il mio percorso. Mio padre si ammalò di una neoplasia incurabile e io, che ero un medico e un chirurgo, mi trovai davanti al limite della medicina. Lo vidi soffrire e morire senza poterlo aiutare. Fu allora che compresi, nel modo più doloroso, che quando non è più possibile guarire è sempre possibile curare. Da quella esperienza nacque la scelta di occuparmi di cure palliative e di fondare la Samot.
Per farlo chiesi aiuto al cardinale Salvatore Pappalardo. Lo fece con una generosità che non ho mai dimenticato, mettendo la sua autorevolezza al servizio di quell’idea e consentendo persino di aprire la Cattedrale di Palermo per il convegno inaugurale, nel dicembre del 1987, al quale parteciparono più di mille persone. Era appena l’inizio di un’esperienza che, dopo quasi quarant’anni, continua ad accompagnare i malati e le loro famiglie. Anche questo, per me, è Sicilia: una persona che chiede aiuto per realizzare qualcosa a favore degli altri e trova qualcuno disposto ad ascoltarla e a sostenerla.
L’umanità di un arcivescovo
Nel corso degli anni ho avuto modo di conoscere e apprezzare anche l’arcivescovo Corrado Lorefice, al quale mi lega una profonda stima. In lui riconosco il coraggio e l’umanità di chi sente la responsabilità del proprio ruolo e non ha paura di stare dalla parte delle persone più fragili. È la stessa Sicilia positiva che ho incontrato tante volte nella mia vita e che, nonostante tutto, continuo a considerare prevalente rispetto a quella che spesso occupa le cronache. Per questo so bene quale Sicilia non vorrei.
Non vorrei una Sicilia del servilismo, nella quale per ottenere un diritto sia necessario chiedere un favore o trovare qualcuno che ci apra una porta. Non vorrei una terra nella quale il cittadino debba sentirsi dipendente dal politico di turno, né quella dei ricatti, dell’ingiustizia e dell’arroganza. Non vorrei una politica che utilizza il potere per costruire il proprio futuro invece di quello della comunità.
Ho conosciuto la politica nel bene e nel male, nelle sue contraddizioni e nella sua distanza dai cittadini. È anche per questo che ho deciso di fare il deputato: non perché avessi bisogno della politica, ma perché pensavo di poter mettere la mia esperienza al servizio della mia terra. Credo ancora che la politica, quando è autentica, debba essere prima di tutto servizio.
La Sicilia che non vorrei
La Sicilia che non vorrei è anche quella che costringe i propri giovani ad andare via. Abbiamo formato generazioni di ragazzi preparati e capaci e troppo spesso li abbiamo lasciati partire perché qui non trovavano le condizioni per costruire il proprio futuro. Non credo che sia un destino inevitabile. È il risultato di scelte che possono essere cambiate.
La Sicilia, d’altra parte, non dovrebbe essere povera. È una terra ricchissima di storia, cultura, arte, paesaggi, agricoltura, mare, patrimonio archeologico e, soprattutto, di grandi capacità umane. Abbiamo risorse enormi, ma troppo spesso non siamo riusciti a trasformarle in lavoro, sviluppo e benessere diffuso. Il problema non è soltanto ciò che ci manca, ma ciò che non abbiamo saputo costruire con ciò che abbiamo.
E qui arriviamo al punto decisivo: per cambiare davvero la Sicilia non bastano le buone intenzioni. Servono competenza e onestà, che considero i presupposti indispensabili per una ricostruzione della struttura regionale.
La Sicilia ha avuto per decenni a disposizione risorse europee e nazionali che non ha saputo utilizzare pienamente, spesso per l’inadeguatezza della classe dirigente e amministrativa. Non possiamo continuare a pensare che il problema siano soltanto le risorse che mancano: molte volte le risorse ci sono state, mentre è mancata la capacità di programmarle, spenderle e trasformarle in sviluppo.
Programmare il futuro
Occorre quindi una programmazione seria, di medio e lungo periodo, capace di fare i conti con le normative vigenti e con le prospettive che la Sicilia ha davanti. Non possiamo continuare a governare attraverso l’emergenza o guardando soltanto alla prossima scadenza elettorale. Dobbiamo sapere dove vogliamo portare questa terra tra dieci o vent’anni e costruire oggi le condizioni per arrivarci.
Penso all’immigrazione, che abbiamo troppo spesso considerato soltanto un problema. La Sicilia ha bisogno di manodopera in molti settori e, contemporaneamente, accoglie persone che cercano una possibilità. La vera sfida è costruire un’integrazione capace di trasformare questa presenza in una risorsa, attraverso la conoscenza della lingua, la formazione professionale, il lavoro e l’autonomia, evitando che persone vulnerabili finiscano nelle mani della criminalità o siano sfruttate.
Penso al turismo, che dovrebbe essere governato come una vera strategia di sviluppo e non come la somma di tante iniziative. La Sicilia ha tutto ciò che serve per diventare una destinazione non soltanto estiva, ma per dodici mesi l’anno, a condizione di investire in infrastrutture, collegamenti, servizi, formazione e nella capacità di mettere in rete territori e patrimoni straordinari.
Penso all’energia solare, di cui siamo ricchissimi. Anche questa deve diventare un’occasione di sviluppo, innovazione, ricerca e occupazione, nel rispetto del paesaggio e dei territori. Non basta produrre energia: dobbiamo essere capaci di creare valore e fare in modo che quel valore resti, almeno in parte, in Sicilia.
E penso ai rifiuti, una questione che continua a rappresentare una delle nostre emergenze più incomprensibili. Non è soltanto un problema di decoro, ma ambientale, sanitario ed economico. Anche qui occorrono programmazione, impianti adeguati, raccolta differenziata, trattamento e riciclo, superando finalmente la logica dell’emergenza permanente.
Le difficoltà e la qualità della Sanità
La sanità, infine, è il tema che sento più vicino perché è quello nel quale ho trascorso gran parte della mia vita. Conosco le difficoltà del sistema, ma conosco anche la qualità e la dedizione di moltissimi professionisti. Oggi la sanità siciliana è in ginocchio e il progressivo indebolimento del servizio pubblico rischia di aprire sempre più spazio agli interessi dei grandi capitali. Il privato può e deve collaborare con il pubblico quando serve a migliorare i servizi, ma la salute non può diventare semplicemente un mercato. Non possiamo accettare che un siciliano debba andare in un’altra regione per trovare una cura adeguata. Dietro ogni viaggio della speranza c’è una persona, una famiglia e spesso una sofferenza che si aggiunge alla malattia.
Quale Sicilia vorrei, dunque? Vorrei una Sicilia libera dal servilismo, dalla mafia, dai ricatti e dalla cultura del favore; una Sicilia nella quale il merito conti più delle conoscenze e nella quale la politica torni a essere servizio. Vorrei che i nostri giovani potessero scegliere di restare, che la sanità pubblica fosse una certezza, che il turismo, l’energia e il nostro patrimonio culturale diventassero vere leve di sviluppo e che la gestione dei rifiuti non fosse più un’emergenza.
Ma soprattutto vorrei una Sicilia che avesse fiducia in se stessa.
Un’altra Sicilia è possibile
Ho visto questa terra nei suoi momenti più bui e in quelli nei quali ha saputo mostrare il suo volto migliore. Ho visto il coraggio di chi ha sfidato la mafia, la professionalità di chi continua a curare, la dignità delle famiglie davanti alla malattia, la solidarietà di chi ha scelto di aiutare senza chiedere nulla in cambio. Ho visto persone che, anche nei momenti più difficili, hanno dimostrato che un’altra Sicilia è possibile.
Quella Sicilia esiste già. È fatta di persone che lavorano, studiano, curano, insegnano, fanno impresa, assistono i più fragili e rispettano le regole. È una Sicilia che spesso non fa rumore, ma è quella sulla quale possiamo costruire il futuro.
Per questo non penso che dobbiamo inventare una Sicilia nuova. Dobbiamo mettere nelle condizioni quella migliore di prevalere. E per farlo servono una classe dirigente competente e onesta, una pubblica amministrazione capace, una visione di medio e lungo periodo e il coraggio di cambiare ciò che non funziona.
La Sicilia che vorrei non è una terra perfetta. È una terra giusta, nella quale nessuno debba chiedere un favore per ottenere un diritto, nessun giovane debba partire perché qui non trova un futuro e nessun malato debba lasciare la propria terra per essere curato.
Dopo tutto quello che ho visto e vissuto, continuo a pensare che la Sicilia non sia condannata alla marginalità. È condannata soltanto se noi decidiamo di rassegnarci.
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Io, almeno, non ho ancora deciso di farlo.
Giorgio Trizzino, fondatore della Samot, già deputato nazionale M5s




