“Ho pubblicato sui miei social alcune foto al mare con mia figlia Sara. Foto di una vacanza, di un padre e di una figlia che stanno bene insieme. Le pubblico perché mi piace condividere la nostra felicità e perché so che, dall’altra parte dello schermo, ci sono genitori che stanno vivendo la nostra stessa esperienza. Magari hanno ricevuto da poco una diagnosi, magari hanno paura del futuro, magari qualcuno gli ha fatto credere che da quel momento la felicità sarebbe stata una cosa per gli altri”. Inizia così una lettera dell’onorevole Davide Faraone, parlamentare di Italia Viva, pubblicata sul Corriere della Sera. E continua.
La lettera e gli insulti
“..E invece no. Naturalmente, insieme all’affetto di tantissime persone – scrive Faraone -, è arrivata anche la consueta sputacchiera social. Io ci sono abituato. Faccio politica e ormai so che per qualcuno insultare è un passatempo meno costoso di una partita a padel. Ma stavolta hanno insultato Sara. E allora vale la pena rispondere. Non per loro. Per noi”.
“Uno ha scritto: ‘Sembra un uomo’. Sara porta i capelli corti, non la trucchiamo e non indossa orecchini. Non perché ‘sembri un uomo’, ma perché alcune cose che per molti sono dettagli, per una persona con autismo possono diventare fastidi enormi”.
Quelle parole ripugnanti
Citeremo ancora passi di una bellissima missiva, pubblicata da un giornale attentissimo e sensibile sulle questioni fondamentali. Ma intanto: non è inconsueto. Anzi, è diventato normale che l’odio e gli insulti social siano merce corrente. Parole che, anni fa, non sarebbero uscite dal ripugnante scantinato che le aveva concepite circolano. Nessuno ci fa caso. Nessuno si indigna più. Accade perché accade. Accade, forse, anche, perché certa politica, da entrambe le parti, indica negli avversari un nemico da abbattere, avendo cura di nascondere le mani. Pensiamo alle schifezze che deve sorbirsi la premier, Giorgia Meloni.
Un andazzo – l’abbiamo scritto più volte – che conduce soltanto all’abisso senza ritorno. Volete muovere un altro passo? Accomodatevi. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha giustamente rilanciato la lettera pubblica.
La lezione sulla felicità
Rosi Pennino, mamma di Sara, ha giustamente scritto su Facebook: “Il punto non sono i soliti frustrati ignoranti che fanno carte false per avere attimi di gloria tra Instagram, Tik Tok o Facebook.. quello accade in ogni circostanza.. il punto è che quando mostriamo la disabilità dobbiamo per forza mostrare tristezza, disperazione, condizioni di sofferenza estrema.. altrimenti non si incontra la comprensione… mostrare l’amore, la bellezza, una vacanza.. come quella che ogni anno Saretta fa con suo padre nei giorni respiro in cui ci si divide la vacanza ed anch’io stacco per tornare in forza.. è quasi un offesa.. perché si sorride, si mostra il volto umano di una condizione difficile attraverso l’amore”.
Davide Faraone ha (giustamente) scritto ancora: “Chi ci reputa infelici non ha capito una cosa molto semplice: non esiste una sola forma di felicità. Io con Sara ne ho imparata un’altra. Ho imparato che la felicità può essere conquistare una piccola autonomia che per altri è scontata. Può essere una risata arrivata dopo una giornata complicata. Può essere stare al mare insieme, camminare, fare una fotografia. Può essere riuscire a entrare per qualche minuto nel suo mondo e accorgersi che non è affatto più povero del nostro: semplicemente segue altre strade. Per questo continuerò a pubblicare le nostre foto”.
E noi continueremo a lanciare l’eco profonda di un segnale di vita, talmente bello e potente. Perché noi sappiamo – e non è un modo di dire, c’è costato impararlo – che l’amore è più forte dell’odio.
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La lettera integrale pubblicata dal ‘Corriere della Sera’
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