Falcone, i peccati dell'antimafia e il caso Ranucci

Falcone e i peccati dell’antimafia

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Il caso Ranucci, una riflessione sugli errori

Forse i meno giovani ricorderanno quello strepitoso e celebre episodio tratto dalle avventure del Barone di Munchausen in cui il nobile tedesco, impegnato in una battaglia contro i turchi, per salvarsi dallo sprofondare in una palude con il suo cavallo riuscì a guadagnare la terra ferma “tirandosi su per il codino dei capelli” con la sola forza del suo braccio e tenendo ben stretto il fido quadrupede tra le ginocchia.

Ecco, ho pensato a lui, al nobile ottocentesco e a quell’immagine del “tirarsi su per i capelli” che tanto ha fatto discutere filosofi e pensatori nei secoli successivi, quando nel giro di poche ore ho dovuto leggere il nome del nostro Giovanni Falcone, la sua storia, citato da due famosi giornalisti.

Non voglio occuparmi di loro, tutti sanno chi sono e quanti eserciti di adoratori, truppe di coltivatori della Verità assoluta, sarebbero pronti a crocifiggermi per il sol fatto che io, piccolo commentatore di borgata, osi non inginocchiarmi alla loro grandezza. Ma non è solo perché vorrei evitare fastidi estivi dai loro fans, ma soprattutto perché credo che i due famosi giornalisti meritino di più di qualche semplice osservazione critica. Molto di più.

Gli errori e gli erranti

Per loro, infatti, è pronta la raccomandazione di Papa Giovanni XXIII contenuto nella Pacem in terris per distinguere sempre “l’errore dall’errante”, evidentemente per accogliere il secondo e al contempo mantenere la censura nei riguardi del primo.

La storica presa di posizione del “Papa buono” invitava i credenti a distinguere il comunismo come dottrina dai comunisti come persone in carne e ossa con i quali il pontefice riteneva fosse arrivata l’ora di dialogare.

Ebbene, i due giornalisti che citano a sproposito il nostro Giovanni Falcone, vanno trattati come erranti, peccatori, non tanto a causa dell’adesione a qualche dottrina sbagliata (che non hanno, magari l’avessero!), ma per il culto della propria persona, per lo sconfinato amore per il proprio sé, perfino a dispetto di quella Verità che di regola pretenderebbero di offrire al loro pubblico.

Il peccato originale su Giovanni Falcone

Vanno, dunque, accolti, perdonati per chi se la sente, in attesa che il loro “errare” diventi oggetto di autentica resipiscenza. Non possiamo, invece, trascurare “l’errore”, anzi il “peccato originale”. Lo potremmo definire il “peccato della memoria” che, intendiamoci, non è come comunemente si potrebbe credere in un’accezione positiva il vizio di dimenticare quel che invece va ricordato.

No. E’ invece l’uso pubblico della memoria a fini di propaganda (politica, sub-culturale, commerciale tout court) senza o addirittura contro la storia. Vediamo di capirci con gli ultimi due “peccati” commessi dai due, uno dopo l’altro, e di cui si discute in queste ore.

L’accostamento improponibile

Che senso ha, ed è il primo peccato, mettere in un post insieme Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in un unico contesto evocativo e paragonarsi a loro quale vittima o scopritore di verità inconfessabili? L’accostamento tra loro di questi padri della Patria a cosa vorrebbe alludere?

Il primo ammazzato dai sedicenti comunisti delle Brigate rosse, gli altri tre dai corleonesi di Cosa nostra. Qual è il nesso? Nessuno, storicamente. Anzi, se si mettono assieme la strage di via Fani con quelle di Cosa nostra senza alcun ragionamento di sfondo, senza la ricostruzione anzitutto della diversità dei contesti politico-sociali in cui furono perpetrate, a trionfare è ancora una volta la post-verità ove si può dire tutto e il contrario di tutto, perfino arrivare a sostenere – come ha fatto la leader dell’AFD tedesca – che “Hitler era un comunista”.

Fate pure, a destra e a manca, ma io vorrei ancora avere la libertà di dire che una bufala è quella dell’AFD e quelle stragi terroristiche e mafiose in un unico indistinto calderone. Questo, in sintesi, è un caso di uso della memoria contro la storia, contro i fatti storicamente indiscussi, senza se e senza ma.

Falcone e il governo Andreotti

Il secondo peccato è più sottile, meno vistoso ma assai pernicioso, subdolo. Se suggerisco che un famoso giornalista d’inchiesta, per giunta del servizio pubblico, può pure farsi fraternamente amico di un notissimo faccendiere-ricattatore senza che lo si possa censurare per questa ragione, perché lo stesso “Falcone lavorava nel governo Andreotti”, che memoria sto impiegando per difendere il collega/sodale caduto in disgrazia?

Una memoria, stavolta, non contro ma senza storia. Perché è vero che il magistrato ucciso a Capaci “lavorava” in quel governo, ma il dato di per sé è inutilmente allusivo se non si precisa che il ruolo di Direttore degli affari penali ricoperto al Ministero di Grazia e giustizia era – come oggi con altra denominazione – un posto “tecnico” riservato appunto a magistrati.

Quindi non soltanto è un’allusione velenosa ma è sbagliata nelle fondamenta e costituisce l’onda lunga di quell’attacco forsennato, fazioso, violento, cui in vita Falcone fu sottoposto quando accettò quell’incarico a opera di una parte della sinistra politica e giudiziaria.

Per fortuna circola ancora quello spezzone della trasmissione condotta da un grande giornalista (a cui la bomba fu messa davvero dai mafiosi..) in cui un notissimo professore proveniente dalle file del PCI rampognava Falcone per aver “tradito” la causa (quale?) accettando l’incarico al ministero e lui, il nostro Falcone, infastidito replicava “non hai senso delle istituzioni” se mi accusi per il mio lavoro al ministero.

I peccati dell’antimafia

Sono sempre loro. Sì. Quelli più buoni e bravi di tutti, quelli che hanno sempre la verità in tasca, la loro, e la usano contro chiunque si opponga da vivo e perfino da morto.

Ma c’è di più. Uno storico (uno vero, di professione) ha pubblicato una lettera di Cossiga ad Andreotti (e un’altra simile destinata a Vassali, Ministro della giustizia in carica) datata settembre 1990, pochi giorni dopo l’omicidio Livatino, in cui il Presidente della Repubblica di allora raccomanda al governo di affidare proprio quell’incarico a Falcone “ed egli è d’accordo”.

Ciò dimostra che il nostro Falcone, fregandosene di tutti i benpensanti interessati dell’epoca, da tempo aveva maturato l’idea che per proteggere il maxi-processo e sconfiggere i corleonesi, occorreva imprimere una svolta legislativa, condizionare fino al midollo l’attività di governo e dello Stato in generale. Ed è quello che fece: rivoluzionò in pochi mesi la legislazione antimafia e salvò il maxi-processo che ricevette a gennaio 1992 l’imprimatur della Cassazione.

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Incredibilmente questa corrispondenza ancora non è stata valorizzata, discussa, da nessun esperto di mafia, giornalista, commentatore engagé. E si intuisce perché: farebbe piazza pulita di tante chiacchere, alcune perfino diventate materiale giudiziario, e farebbe emergere la grandezza di un uomo che non soltanto aveva “visione”, ma riusciva anche a cambiare strategia analizzando “scientificamente” i contesti per ottenere l’obbiettivo della sua vita, separare lo Stato dalla mafia per combatterla fino alla sconfitta.

Un esempio troppo luminoso, troppo urticante per gli eserciti che ingrossano le fila della sedicente antimafia militante di oggi, eserciti sempre in cerca di cavalieri al comando, senza macchia e senza paura ma con tanta vanità.


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