PALERMO – “La morte di mia figlia si poteva evitare?”, ripete Giusi, la mamma di Simona Cinà. Secondo gli avvocati Antonio e Poalo Ingroia, non è stato fatto ciò che serviva per accertarlo.
Opposizione alla richiesta di archiviazione
I legali si sono opposti alla richiesta di archiviazione da parte della Procura di Termini Imerese che chiede al giudice per le indagini preliminari di chiudere il caso della ventenne pallavolista morta in piscina, durante una festa di laurea in una villa a Bagheria, nell’agosto 2025.
I pm ritengono che sia annegata dopo essere caduta in acqua probabilmente per un malore o perché aveva ingerito molto alcol. Il suo stato di alterazione psico-fisica le avrebbe impedito di riemergere. Un tragico incidente, dunque.
“inadeguatezza delle indagini”
Gli avvocati Ingroia, padre e figlio, vanno dritti al punto e parlano di “inadeguatezza delle indagini, evidenti lacune investigative, incompletezza degli accertamenti medico-legali”. Ci sarebbero i presupposti per ipotizzare l’omicidio colposo o l’omissione di soccorso.
“Riteniamo che non è stata adeguatamente esplorata la possibilità che Simona sia caduta in piscina a seguito di una spinta, intenzionale o accidentale, nell’ambito di comportamenti scherzosi”, dicono i legali. La notte della tragedia era già accaduto che una ragazza venisse spinta vestita in acqua e soccorsa, non senza fatica, da un’altra invitata.
Gli organizzatori della festa
Anche escludendo l’intervento colposo di qualcuno, aggiungono i legali, resta in ballo l’ipotesi di “condotte attive e omissive”. Pur senza additare qualcuno come colpevole, chiamano in causa gli organizzatori della festa “dove si è creata una situazione oggettivamente rischiosa: 80 invitati, ingenti quantitativi di superalcolici, piscina scarsamente illuminata di notte, assenza di vigilanza e musica ad alto volume”.
Antonio Ingroia cita una recente sentenza della Cassazione che “ha riconosciuto la posizione di garanzia di un organizzatore di una festa in una villa, affermando la sua responsabilità per delle lesioni riportate da uno degli invitati che si era tagliato con del vetro. Figuriamoci nel caso della morte della povera Simona”.
La barista
I periti hanno stabilito che la ragazza aveva un tasso alcolemico altamente tossico “già di per sé letale”. Viene così tirata in ballo anche la barista: “Ha somministrato alcolici ad una persona già in stato di ubriachezza?”.
Tema delicato che, secondo i legali dei familiari di Simona, solleva un ulteriore interrogativo: “Nessuno dei presenti dice che Simona era ubriaca, dicono che era sobria. O la consulenza è errata oppure i presenti hanno reso dichiarazioni false”.
Il punto, secondo i legali, è che l’intera inchiesta sarebbe stata “condizionata da un’ipotesi investigativa pregiudizievole, tendente ad escludere responsabilità di terzi”. Ci sono dei buchi nelle indagini: consulenti e pm “si sono limitati a individuare nell’annegamento la causa terminale della morte, senza però spiegare adeguatamente, e non avere neanche svolto gli accertamenti necessari per comprenderla, quale sia stata la causa concreta che ha determinato l’immersione e la perdita di capacità di reazione della vittima”.
L’elenco delle “omnissioni”
Da qui l’elenco, “mancato sopralluogo tecnico autonomo sulla piscina, omessa ricerca delle diatomee negli organi bersaglio, mancato prelievo di campioni dell’acqua della piscina”. Sarebbero state solo riportare “lesioni di una certa rilevanza, fra cui in particolare un trauma cranico al vertice, e diversi reperti emorragici retro-esofagei, sub-pleurici e uterini” senza fare ulteriori accertamenti.
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Al contrario i consulenti hanno “inseguito un’ipotesi del tutto cervellotica, quale una presunta ma confermata inesistente (in un’atleta come Simona, poi!) cardiomiopatia, genetica ma occulta, che avrebbe potuto spiegare l’inspiegabile, inducendoci a pensare che si cercava di avvalorare qualsiasi ipotesi che confermasse l’accidentalità dell’evento ed escludesse responsabilità di terzi”.
“La morte di Simona Cinà è inaccettabile”
“Resta inaccettabile che una ragazza sportiva, abile nuotatrice, circondata da amici e amiche, sia giunta in piena salute alla festa e ne sia uscita morta senza che nessuno abbia capito come – conclude Ingroia -. Ed è grave e inaccettabile che una ragazza sana come Simona Cinà non solo sia morta così, ma che abbia dovuto perfino subire post mortem la vittimizzazione secondaria di essere trattata come una sorta di alcolizzata vittima delle sue imprudenze, mentre le colpevoli imprudenze sono certamente altrui ed altrettanto colpevolmente ignorate”.




