La mafia dimenticata, continuiamo a respirarla. E ci avvelena, con i suoi riti tribali, con le sue indecenze criminali. Sappiamo che è stata messa in ginocchio, nelle sue escrescenze più feroci, dalla risposta dello Stato e della magistratura. Per questo tendiamo a rimuovere il problema, affidando la veglia all’antimafia militante. Solo che la militanza antimafia è divisa in ambiti coscienziosi e smaccata retorica. Non sempre rende un servizio alla comunità.
L’ultimo blitz
La mafia che abbiamo dimenticato, mentre la respiriamo, torna in certi inquietanti dispacci di cronaca. A margine dell’ultimo blitz tra Catania e Siracusa leggiamo cose antiche, ributtanti, sempre nuove. Qui, grazie alla cronaca del nostro Riccardo Lo Verso, come qui. Ecco alcuni esempi
“… noi ci dobbiamo crescere a questi… vieni qua… lascia la mano alla mamma… se qualcuno maltratta la mamma gli devi sparare addosso… ce la fai a sparargli addosso?… ti do la pistola… vero che te la do….”. Non sono sceneggiature fiction, ma una sorta di praticantato mafiogeno, colto dalle microspie. nei confronti di un bambino. Non è l’unico frammento
“C’è una frase emblematica pronunciata da un imprenditore al cospetto di Giampapa (l’uomo ‘forte’, ndr) – abbiamo scritto -: ‘Pippo qua siamo… quello che ti posso dare ti do… più di questo… è una questione di rispetto nei tuoi confronti… punto e basta’”. Un armamentario mai superato, in cui ‘rispetto’ è sinonimo di ossequio alla prevaricazione, al ricatto, alla forza bruta.
La mafia rimossa
Questa mafia rimossa la vediamo soltanto quando si fa sentire. Come è accaduto anche a Palermo, per via degli attentati agli esercizi commerciali, tra minacce e pizzo. Al culmine della violenza abbiamo lanciato il nostro allarme sugli ‘scarafaggi’ che vogliono mangiarsi la città. Sono sempre lì, acquattati nell’ombra, pronti a tornare a galla, al minimo segno di debolezza.
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Ecco perché non possiamo permetterci un approccio distratto, legato al susseguirsi dei fatti. La mafia che respiriamo, pure quando non si manifesta, è il veleno a cui opporre una reazione civile sempre vivida, oltre i riti e i cerimoniali: lo dobbiamo ai nostri martiri e a noi stessi. Altrimenti, nonostante i successi e l’impegno – che pure c’è stato – non sarà debellata e rimarrà, come un male inestirpabile, nel corpo della Sicilia onesta. Possiamo permetterlo?
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