Sangue, affari e misteri | Radiografia della mafia 2015

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A Palermo ci sono le nuove leve e i grandi vecchi, gli uni accanto agli altri. Cosa nostra uccide con la stessa ferocia di un tempo e dal momento che il pizzo, da solo, non basta investe in droga e in attività legali come supermercati, agenzie di scommesse e società di trasporto.

PALERMO – Nella sola Palermo, durante il 2015, sono state arrestate 150 persone per associazione mafiosa. È lecito chiedersi quanti mafiosi ci siano in questa città. Tanti, tantissimi a giudicare dai numeri.

Ci sono le nuove leve e i grandi vecchi. Gli uni accanto agli altri. Qualche giorno fa la stessa ordinanza di custodia cautelare ha colpito un boss come Salvatore Profeta, 70 anni, e un diciannovenne come Gabriele Pedalino. Un pezzo da novanta della vecchia mafia del mandamento di Santa Maria di Gesù – rimasto in silenzio in carcere da innocente per più di un decennio pur sapendo di non avere ammazzato Paolo Borsellino – e un giovane sconosciuto e ora sotto accusa per omicidio. Profeta sarebbe il mandante, Pedalino uno degli esecutori. E’ l’incontro, pericolosissimo, di due generazioni.

I vecchi boss a volte ritornano. Anzi, a giudicare dai recenti blitz, quasi sempre tornano a fare ciò per cui sono stati condannati a lunghe pene. Quando escono dal carcere sono di nuovo lì. In prima linea con tanti giovani attorno che li venerano. E sono pronti a tutto. Anche ad impugnare una pistola per massacrare un giovane come Mirko Sciacchitano, colpevole di avere accompagnato con lo scooter un picciotto fin troppo esuberante a sparare ad un altro uomo. Franco Urso, così si chiama l”uomo che ha scaricato la sua pistola contro le gambe di Luigi Cona, personaggio dalle amicizie che contano. Risultato: la vendetta ha lasciato sul campo lo sconosciouto Sciacchitano e ha risparmiato Urso, anche lui con parentele pesanti nel mondo di Cosa nostra. Tutto ciò lo apprendiamo dalle microspie.

La storia recente ci insegna alcune cose: i boss di oggi non avranno lo spessore dei Bontate o dei Riccobono, dei Liggio e dei Riina, ma ammazzano con la stessa ferocia di un tempo. Lo fanno in maniera chirurgica. Se per la morte di Sciacchitano mandanti ed esecutori sono stati traditi dal ricorrente errore di parlare troppo, per vizio o per necessità, altri delitti sono ancora avvolti dal silenzio. Nonostante le tonnellate di microspie che spiano la città e che hanno portato ai 150 arresti di cui sopra restano pochi, pochissimi, gli indizi raccolti per trovare una soluzione sugli ultimi delitti. Hanno ammazzato un capomafia come Peppuccio Calascibetta, boss di Santa Maria di Gesù; hanno ammazzato Francesco Nangano, uomo d’onore legato a doppio filo ai mandamenti di Porta Nuova e Brancaccio; hanno ammazzato Giuseppe Di Giacomo, reggente della cosca che domina sulla parte centrale della città di Palermo. Li hanno ammazzati non in luoghi isolati, ma in strade affollate di gente che va a fare la spesa. Eppure nessuno ha visto o sentito qualcosa.

Sono gli stessi mafiosi intercettati e arrestati a chiedersi cosa diavolo possa essere accaduto. E allora si ha l’impressione che i mafiosi si muovano su più livelli. C’è il sottobosco dei picciotti, dei canazzi, che spacciano e si annacano, e che si presentano con la faccia tosta dai commercianti che pagano il pizzo a tappeto, mentre a denunciare spontaneamente sono solo quattro gatti. C’è poi, un livello superiore popolato di boss che sono diventati tali perché i vecchi non ci sono più, tanto che quando i vecchi tornano devono farsi da parte e rispondere signorsì.

Nel frattempo, però, si sono mimetizzati in mezzo alla gente normale e hanno fatto pure i soldi, aprendo supermercati, parcheggi, agenzie di scommesse, società di logistica e trasporto, distributori di benzina e imprese edili. Di recente si sono pure lanciati nel settore del pesce e dei frutti di mare, monopolizzando il mercato. E poi ci sono i vecchi. Quelli che non sanno essere altro che mafiosi. Li arrestano, passano un decennio in galera e quando escono ricominciano da dove erano rimasti. Infine c’è il livello più preoccupante, quello di chi non solo è avanti con l’età, ma apparentemente è rimasto nelle retrovie di Cosa nostra – ad esempio Tanino Tinnirello – salvo poi materializzarsi quando bisogna affrontare le questioni più delicate.

C’è un altro dato che non può saltare agli occhi. Il pizzo non può bastare da solo a mantenere le famiglie dei carcerati che, alle volte, si lamentano per la magrezza degli stipendi. Non è un caso che la mafia si sia rimessa a trafficare con la droga. Sono tornati a circolare i piccioli. E i piccioli probabilmente hanno portato allo scontro e agli omicidi ancora irrisolti. Sono gli stessi soldi che alimentano nuovi investimenti affidati a professionisti al soldo dei boss. Perché se qualche boss della nuova generazione protesta dal carcere per lo stipendio che non arriva, i vecchi se ne stanno fin troppo tranquilli.  

 


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