PALERMO – Certe notti, Giuseppe Mattina, 46 anni, assessore alle Politiche sociali del Comune di Palermo, va in giro per dare un’occhiata alla trincea di dolore che presiede. Indossa vecchi panni, maglioni sdruciti, jeans con le toppe. E va, sfidando il dissenso di moglie e figli. Lo racconta lui stesso: “Una certa notte, alcuni volontari che percorrono i quartieri per distribuire cibo e vestiti mi hanno scambiato per un clochard e volevano aiutarmi. Per farli desistere dalla loro dolce insistenza è stato necessario rivelare la mia identità: ‘Scusate, sono l’assessore’. Non dimenticherò mai le loro facce”.
Chi è Giuseppe che narra – e ridacchia – di sé, delle sue ‘certe notti’, in una saletta di Palazzo delle Aquile, mentre di là, dal Consiglio comunale, giungono fragori di battaglia e grida belluine? Non un supereroe e nemmeno un personaggio da copertina. Occhiali, calvizie, pancetta in bella mostra e due pupille in perenne viaggio tra la sensibilità e quella dose di scaltrezza necessaria che occorre per occuparsi di poveri, da politici, a Palermo. Scaltrezza, in questo caso, non è protervia, ma una quantità di esperienze che ti consentono di sopravvivere, ogni giorno.
Un uomo sereno, si direbbe. Sposato. Due figli. Assessore, là fuori c’è la guerra di una comunità che trabocca di disperati, lei come fa a mantenere la calma? Lui si aggiusta gli occhiali e prova a rispondere: “Conosco la disperazione, eppure credo che la parola più adatta sia ‘speranza’, senza che ciò significhi chiudere gli occhi davanti al macello che c’è in strada. Ma in strada ci siamo pure noi, ci sono tante persone che hanno costruito realtà importanti di solidarietà, che lavorano con i giovani, con i vecchi, con i bambini. Le ragioni di una crisi sono tantissime. Cerchiamo di affrontarle con progetti che recuperino l’umanità, scommettendo su percorsi che non siano soltanto emergenza”.
L’archivio rilancia una dichiarazione assessoriale di qualche tempo fa, sulla ferita dei senza fissa dimora: “La logica è quella dell’inclusione, della presa in carico. Tutte le risorse del Pon metro e del Pon inclusione sono destinate alla creazione di reti sociali e di lavoro: non ci si limita a dare un tetto, perché senza una rete sociale un senzatetto rimane tale anche se gli si dà un posto dove dormire. Non possiamo limitarci a dare una casa, dobbiamo rendere autonome le persone”.
Una dichiarazione condivisibile, con una macroscopica incongruenza: il suo essere arrivata dopo la morte di Amor, il clochard di via Guardione che ha seguito altri suoi compagni di stenti, in pochi mesi. Non ci si poteva pensare prima, assessore? Ancora una risposta: “Io queste idee ce le ho da sempre e cerco di organizzare una rete, perché l’esistenza di troppi è proprio una rete smagliata, da ricucire sotto diversi punti di vista”.
Giuseppe Mattina lavora nel volontariato da una vita. Conosce le strade complesse del disagio. L’altra sera, in via Brigata Aosta, era perfettamente a suo agio nei colloqui con le famiglie che laggiù sopravvivono una una situazione ambientale di ristrettezze e violenza. “Sono stato a lungo fuori – dice – e sarebbe stato possibile restare al Nord. Ho scelto di stare a Palermo e voglio che i miei figli crescano, studino e lavorino a Palermo. Non do alla mia scelta una patente di eroismo, è una decisione come tante. E in tanti, per fortuna, scelgono di rimanere palermitani a vita”.
La sua giornata è semplice: sveglia alle sei e si comincia, fino alla sera, con puntatine a casa, quando la famiglia lo reclama. “Il mio ingresso in giunta – confessa l’assessore con la pancetta – non è stato preso, diciamo, con entusiasmo…”.
Cioè? “Mia figlia mi chiama ‘assessore’, più che ‘papà’, rivendicando il dispiacere che le procura la lontananza. Ho inziato presto ad impegnarmi. Aiutavo una mia compagna di scuola che aveva problemi di dipendenze. L’ho aiutata tanto bene – e un sorriso lampeggia – che alla maturità lei ha preso sessanta e io quarantatré… Sto seguendo con grande partecipazione emotiva, come tutti, la protesta di Biagio Conte. Sono andato a trovarlo più volte, sotto i portici delle Poste, lì dove dorme. Il Comune è a disposizione. Se io avessi poteri più grandi di quelli che ho, prenderei una casa a chi ne ha dieci e sarebbe un sollievo per il disagio abitativo. Una provocazione? Certo, ma anche un ragionamento. Palermo sconta problemi materiali evidenti. Ma io credo pure che i palermitani abbiano bisogno di ascolto e di fiducia. Tutti – dico, tutti – hanno il mio numero di cellulare e possono chiamarmi quando e come vogliono”.
Infatti, durante la chiacchierata, il telefonino non smette nemmeno una volta di squillare. E squilla continuamente pure quando l’assessore si congeda, per affrontare i fragori di guerra e le urla di una bellicosa seduta comunale.
Sulla via del ritorno, da Palazzo delle Aquile alla redazione, Palermo appare grigia, nuda, desolata. Un film a tre dimensioni proiettato su un vecchio televisorino in bianco e nero. La gente non si guarda in faccia. Tutti camminano prigionieri di una densa nebbia, con precipitazioni sparse. Ci sarà anche l’arcobaleno della speranza da qualche parte, a risplendere. Però, chissà dov’è.

