Duro colpo al clan Brunetto |Pizzo e droga: 12 arresti

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Il blitz ha coinvolto il gruppo operativo nella valle dell'Alcantara. Tutti i particolari dell'operazione Fiori di Pesco. IL VIDEO

Carabinieri di Messina
di
8 min di lettura

CATANIA – Decapitato il clan Brunetto di Giarre: 12 arresti scattati stamane alle prime luci dell’alba. L’operazione, denominata Fiori di pesco (in riferimento alla punizione inflitta agli imprenditori di derubarli dei raccolti di pesche quando non pagavano il pizzo) è stata eseguita oggi a Catania dai militari del Comando Provinciale dei Carabinieri di Messina. Il blitz ha coinvolto anche le province di Palermo, Bari e Chieti, e la repubblica federale di Germania, grazie anche agli ordinari canali di cooperazione internazionale. Nel dettaglio, i militari hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Messina su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia ed Antiterrorismo, nei confronti di 12 soggetti (10 dei quali sono stati ristretti in carcere e 2 sottoposti agli arresti domiciliari), ritenuti appartenenti ad un gruppo criminale, egemone nella fascia ionica etnea, e collegato alla famiglia mafiosa catanese “Santapaola-Ercolano”. Gli arrestati sono ritenuti responsabili – a vario titolo – di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, danneggiamento seguito da incendio e traffico di sostanze stupefacenti. 

LE INDAGINI – Il provvedimento restrittivo scaturisce da una complessa attività d’indagine, sviluppata sin dal 2013 dalla compagnia Carabinieri di Taormina, i cui esiti hanno permesso di comprovare l’operatività del “Clan Brunetto” – i cui affiliati sottoponevano ad estorsione i titolari di aziende agricole ed i proprietari terrieri della zona, per ottenere il controllo o la gestione delle locali realtà imprenditoriali nel settore agro-pastorale. Le investigazioni, inoltre, hanno consentito di documentare come l’organizzazione criminale si approvvigionasse di sostanze stupefacenti mediante la collaborazione di alcuni soggetti, legati alle famiglie mafiose catanesi, incaricati di rifornire periodicamente il clan di ingenti quantitativi di marjuana. La droga veniva poi messa in vendita nelle principali “piazze di spaccio” dell’hinterland taorminese. Il gruppo sarebbe inoltre stato solito ricorrere all’utilizzo delle armi da fuoco per intimidire e minacciare le loro vittime. Dall’inchiesta è emerso come alcuni degli indagati avessero acquisito la disponibilità di un arsenale proprio per affermare il controllo criminale nell’area in questione.

LA DENUNCIA DI UN IMPRENDITORE VITTIMA DI ESTORSIONE – Le indagini sono state avviate nel 2013, quando un coraggioso dirigente sindacale della U.I.L., socio di un cooperativa agricola della Valle dell’Alcantara, ha denunciato ai militari di Taormina di aver subito minacce e danneggiamenti: in piena notte, ignoti malfattori, avevano dato alle fiamme due sue autovetture parcheggiate nelle vicinanze della propria abitazione di residenza. Il sindacalista, nella sua denuncia, ha evidenziato il timore di essere stato vittima di un vile atto di natura intimidatoria a carattere estorsivo da parte dai malviventi del posto che da diverso tempo oramai lo pressavano con richieste di soldi a titolo del cosiddetto “pizzo”. L’imprenditore ha inoltre fatto presente come tali episodi interessassero anche altre aziende agricole della zona. Dall’esposto del sindacalista i militari sono riusciti a raccogliere elementi relativi ad una serie di atti intimidatori compiuti nei confronti di altri imprenditori residenti nella Valle dell’Alcantara, alcuni dei quali denunciati ed altri no.

I riscontri dei Carabinieri hanno permesso di riannodare le fila sui numerosi episodi di danneggiamento avvenuti ai danni di tanti imprenditori della zona. Le richieste di pizzo, secondo gli esisti investigativi, erano riconducibili ad un unico disegno criminoso portato avanti da sconosciuti che stavano colpendo, in quel periodo, commercianti ed imprenditori di Malvagna, Mojo alcantara e Roccella Valdemone.  

I RISVOLTI INVESTIGATIVI – L’indagine “Fiori di Pesco” ha consentito di accertare come il clan fosse diretto dal boss Paolo Brunetto, deceduto durante l’indagine all’ospedale di Biancavilla nel 2013. Benchè sofferente e gravemente ammalato, Brunetto si avvaleva dei propri referenti di zona, che a loro volta dirigevano gli affiliati della cosca, per commettere i vari reati ricostruiti. Dalle indagini emergono ulteriori dettagli della personalità tipicamente mafiosa del capo clan: Paolo Brunetto era colui che cercava sempre di trovare soluzioni per “difendere” imprenditori che pagavano la loro “protezione” e che, fungeva da “pacere” in occasione di tensioni e liti tra gli affiliati. In una circostanza, ad esempio, Pino Vincenzo tentava di convincere un proprio affiliato operativo in Malvagna a riconsegnare dei mezzi asportati ad un imprenditore che godeva della protezione del boss Lo Monaco Vincenzo, operante in zona diversa da quella di Malvagna La questione anche nella circostanza all’epoca venne risolta dal defunto Paolo Brunetto che era solito convocare i capi-zona in caso di diverbi. 

IL METODO MAFIOSO – Per imporre il “pizzo” agli imprenditori agricoli della zona l’associazione mafiosa operava con un metodo ormai consolidato, dapprima procedeva al furto dei mezzi agricoli indispensabili all’esercizio dell’attività e successivamente richiedeva ingenti somme di somme di denaro per restituire i mezzi e consentire di riprendere l’attività lavorativa (cd. cavallo di ritorno). Capitava così che ad un imprenditore di Fondachelli Fantina venissero rubati i mezzi agricoli ad un altro di Roccella Valdemone tre trattori. Altre volte le intimidazioni consistevano nell’ appiccare il fuoco al fondo degli agricoltori distruggendolo, come accaduto a Mojo Alcantara. Talvolta il messaggio intimidatorio poteva arrivare anche attraverso il semplice furto del raccolto di pesche. Oppure poteva bastare la consapevolezza della vittima della provenienza della richiesta come nella vicenda della cessione di un terreno a Castiglione di Sicilia in favore di uno degli associati, Monforte Antonio. Oltre le estorsioni anche il traffico di droga era tra gli affari del clan. Il clan era ben organizzato anche nei reati contro il patrimonio. E’ stato documentato ad esempio che due degli indagati, con estrema semplicità, si procuravano un veicolo rubato sul mercato illegale catanese, una Suzuki bianca, venendo poi ripresi dalle telecamere di videosorveglianza di un distributore di benzina posto lungo l’asse autostradale che da Catania porta a Mojo Alcantara. Da quel veicolo sarebbe poi stata smontata l’intera carrozzeria per rimontarla su un’analoga vettura riciclando così il veicolo rubato.

I PARTICOLARI DEL SUMMIT – Durante le fasi finali dell’ attività fondamentale è risultata essere un’irruzione dei militari durante un summit mafioso. Nella circostanza gli investigatori hanno potuto identificare correttamente tutti gli appartenenti alla cosca operativa nella Valle dell’Alcantara ed hanno anche proceduto all’arresto in flagranza di reato del Lo Monaco in quanto, per partecipare a quel vertice, aveva pensato bene di violare la sorveglianza speciale a cui era sottoposto. In un’intercettazione ambientale, Vincenzo Pino, conversando al termine del summit mafioso in macchina con il sodale Antonio Monforte, si lamentava dell’irruzione dei Carabinieri che avevano interrotto quel vertice mafioso attribuendo la responsabilità di ciò ai giovani affiliati poiché ritenuti poco affidabili. Nell’intercettazione ambientale infatti il Pino prometteva di “ammazzarli” con le proprie mani.

GLI ARRESTATI – Pino Vincenzo classe’56 di Malvagna insieme a Carmelo Caminiti classe ’73 di Francavilla di Sicilia, Antonio Monforte classe ’67 nativo di Castiglione di Sicilia ma residente a Francavilla di Sicilia, Angelo Salmeri classe ’89 di Mojo Alcantara, dovranno rispondere di associazione di tipo mafioso poiché, avvalendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, mettevano in atto una serie indeterminata di delitti contro il patrimonio come le estorsioni nonché per acquisire in modo diretto la gestione ed il controllo di attività economiche e per conseguire profitti e vantaggi ingiusti. Le indagini hanno permesso di acclarare che l’associazione era diretta dal Pino Vincenzo sul territorio di Malvagna, da Carmelo Caminiti e da Antonio Monforte sui territori di Francavilla di Sicilia e zone limitrofe. Angelo Salmeri, Alfio Di Bella classe ’64 catanese, ed altri indagati devono rispondere del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti per essersi stabilmente associati tra loro allo scopo di commettere più delitti tra quelli previsti dall’articolo 73 dpr 309/90 (reati in materia di traffico e detenzione di sostanze stupefacenti) costituendo un associazione dedita all’acquisto, alla detenzione e alla vendita di droga, del tipo Marijuana. Caminiti Carmelo con il ruolo di promotore ed organizzatore dell’associazione impartiva le direttive coordinando il gruppo per lo spaccio. Angelo Salmeri, Salvatore Scuderi collaborando con Di Bella, fungeva da intermediario e fornitore nella fase della cessione di sostanza stupefacente.

OPERAZIONE ITALO TEDESCA – Fra gli arrestati compaiono anche due braccianti agricoli che di recente – come riporta il comunicato diffuso dai Carabinieri .- si sono recentemente trasferiti in Germania e nei cui confronti è stato emesso un mandato di arresto europeo eseguito grazie alla collaborazione delle autorità tedesce e all’aiuto fornito dall’ufficio Italiano di cooperazione internazionale che funge da collegamento con le forze di polizia dei paesi europei (noto come S.I.re.N.E. acronimo della sua denominazione inglese “Supplementary Information Request at National Entry).

LE INTERCETTAZIONI – Le operazioni di intercettazione, telefonica ed ambientale, si sono rivelate fondamentali ed hanno permesso di ricostruire anche le dinamiche interne al sodalizio. Ad esempio, in una delle tante intercettazioni, Carmelo Caminiti, rimproverava un altro degli affiliati alla cosca, persona di fiducia e alle dipendenze del Pino Vincenzo, reggente del territorio di Malvagna e Mojo Alcantara, promettendogli di “rompergli le corna” qualora si fosse recato nuovamente nel territorio di competenza del Caminiti per commettere reati senza il suo permesso.

Determinante nell’operazione è risultato il coraggio, la determinazione e la collaborazione dimostrata dagli imprenditori che in piena sinergia con la magistratura di Messina e con l’arma dei Carabinieri hanno permesso di assicurare alla giustizia 12 pericolosi malviventi. La loro opera ha permesso agli inquirenti, di respingere il fenomeno criminale che aveva trovato spazio nella Valle dell’Alcantara e comuni limitrofi. Si auspica che altri imprenditori possano con celerità rivolgersi alla magistratura inquirente e all’arma dei Carabinieri in modo da poter mettere fine al fenomeno, purtroppo ancora presente, delle estorsioni sul territorio. Gli stessi imprenditori denunciando hanno permesso il brillante risultato, frutto di un certosino lavoro di squadra, e che ha saputo, ridare la libertà a loro stessi che da tempo si vedevano costretti a pagare con i loro sacrifici “il pizzo” al sol fine di non avere minacce e ritorsioni ulteriori.

 

 


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