Dionisio, il ruolo degli Ercolano | “I figli di Iano volevano comandare”

Dionisio, il ruolo degli Ercolano | “I figli di Iano volevano comandare”

La requisitoria del processo che ha portato alla sbarra i vertici della cupola catanese.

il processo
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CATANIA – Zio Turi Ercolano avrebbe continuato a far parte della famiglia di Cosa nostra catanese nonostante il carcere. Il fratello di Pippo Ercolano, il capomafia scomparso da qualche anno, avrebbe influito sulla risoluzione di alcuni conflitti e avrebbe intascato una parte degli introiti della cosca. E’ Salvatore Ercolano un’altra figura di rilievo della “famiglia” di sangue sviscerata nella requisitoria del processo d’appello Dionisio dal sostituto procuratore Agata Santonocito. L’inchiesta aveva disvelato i delicati equilibri tra Catania e Caltagirone, con lo sfondo la “collusione” di imprenditori pronti ad abbassare la testa in cambio di ingenti profitti. Turi Ercolano, secondo la tesi dell’accusa, avrebbe anche organizzato un vertice in carcere per trovare un accordo a delle tensioni che si erano create all’interno del clan. L’ex santapaoliano di Lineri Giuseppe Scollo, lo scorso ottobre, ha raccontato che la “frattura” si era creata dopo l’omicidio di Mimmo La Spina nel 2002 e due anni dopo (il pentito sarebbe stato presente) Salvatore Ercolano avrebbe organizzato un incontro per far tornare “la pace”.

E’ una fotografia della storia della mafia di qualche anno fa, ma il processo dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione si è rimpolpato di nuovi elementi e soprattutto di nuovi collaboratori di giustizia. Sono stati rinsaldati i pilatri dell’indagine che vede il suo “nucleo” evolutivo nelle campagne calatine quando (in diretta) gli investigatori ascoltavano i summit tra Alfio Mirabile, capo all’epoca (siamo agli inizi del nuovo millennio) di Cosa nostra catanese, e di Ciccio La Rocca, rappresentante della famiglia di Caltagirone e storica “cerniera” con la cupola palermitana.

Il nome dello “zio Turi” emerge molte volte in quelle intercettazioni che secondo la difesa non sono “utilizzabili” nel processo. Opinione non condivisa dal magistrato Santonocito che ha dedicato ampie argomentazioni giuridiche alla legittimità dell’utilizzo nel procedimento. In diverse occasioni che Alfio Mirabile (longa manus di Nino Santapaola) parlando con l’anziano La Rocca ha riferito delle pressioni per fornire una maggiore leadership ai figli di Iano, Aldo e Mario Ercolano. Un potere che sarebbe stato autorizzato dallo zio Turi.

Aldo e Mario Ercolano, figli di Sebastiano e nipoti di Salvatore, sarebbero organici alla cosca. Accusa respinta dalla difesa che parla di una mole probatoria insufficiente. Un cognome non può essere un marchio d’accusa, secondo i difensori. Ma per il magistrato Santonocito invece i “figli di Iano” erano inseriti all’interno di Cosa nostra catanese, e anzi avevano ambizioni di leadership. Insomma i due volevano comandare al posto di Alfio Mirabile. E in alcuni affari, come quello dell’Ira costruzione, sarebbero entrati a gamba tesa. Il più ambizioso sarebbe Mario Ercolano: le intercettazioni fotografano come fosse lui il capo della frangia di Cosa nostra che si contrapponeva alla reggenza di Alfio Mirabile. Il suo ruolo all’interno della famiglia sarebbe stato riconosciuto anche dai boss di altri clan, come l’enfant prodige Giuseppe Laudani. Il collaboratore di giustizia ha raccontato che per fissare un appuntamento con Umberto Di Fazio (boss santapaoliano) per discutere delle ripartizioni delle estorsioni nel mercato ortofrutticolo, del mercato ittico e dello stadio si è rivolto proprio a Mario Ercolano.


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