CATANIA – Il pentito Ugo Rosario Angrì inchioda Christian Nicola Parisi, condannato in secondo grado a dieci anni di reclusione per il tentato omicidio di Orazio Pardo, avvenuto la notte del primo ottobre 2009. La terza sezione della Corte d’Appello di Catania presieduta da Carolina Tafuri, accogliendo la richiesta della procura avversa alla sentenza di primo grado, ha sovvertito il verdetto del Gup che aveva assolto dalle accuse l’imputato ritenendo insufficienti le prove portate in dibattimento dal pm e confermando la condanna per gli altri due esponenti dei Cursoti Milanesi, il boss Francesco Di Stefano, nel ruolo di mandante, e per il neo collaboratore di giustizia Ugo Rosario Agrì, appartenente al commando armato che agì nel fatto di sangue. I giudici d’appello hanno comminato la stessa pena per Ciccio Di Stefano (12 anni), mentre hanno previsto una diminuzione di pena per Angrì (da dieci anni a sei).
“Le dichiarazioni di Angrì hanno aggiunto al compendio probatorio un importante tassello che impone di rivedere la posizione di Parisi, risultandone colmata la lacuna probatoria evidenziata dal Gup” – scrive il collegio giudicante nelle motivazioni. La sentenza di appello sull’agguato di Corso Indipendenza arriva dopo una lunga storia investigativa: nel 2011 viene emessa un’ordinanza di custodia cautelare in carcere che sarà annullata dal Tribunale del Riesame che non ritiene adeguato il compendio probatorio.
La svolta però arriva con le dichiarazioni di Michele (alias Pamela) Musumeci, personaggio di calibro dei “Milanesi” che conosceva bene la vicenda del tentato omicidio a Orazio Pardo. Pallottole che erano destinate, in realtà, a Giovanni Colombrita, capo dei Cappello. Qualcosa però quella notte andò storto e allora si decise di cambiare bersaglio: Orazio Pardo, compare di Colombrita, si salvò grazie al suo guardaspalle Salvatore Liotta (ferito al piede) e forse – ma non ci sono riscontri su questo – perchè indossava un giubbotto antiproiettile. I racconti di “Pamela” riescono a fornire un riscontro aggiuntivo alle prove raccolte contro Di Stefano e Angrì, ma non sono sufficienti – secondo il Gup – per Parisi, che – come detto – sarà assolto al termine del processo celebrato con il rito abbreviato.
“Se le dichiarazioni di Musumeci erano all’esito del giudizio di primo grado carenti di riscontri individualizzanti, – scrivono nelle motivazioni i giudici di appello – quelle rese da Angrì si integrano con le prime con cui riscontrano reciprocamente, costituendo, insieme agli ulteriori elementi acquisiti, un compendio probatorio dotato di certezza”.
Dietro l’agguato a Pardo vi sarebbe stata una guerra tra clan rivali: i Cursoti Milanesi e i Cappello. Un dissidio forte che si fondava sul controllo della florida piazza di spaccio di Corso Indipendenza: fino a quel momento però la situazione non era precipitata. Ma secondo le ricostruzioni dell’accusa (contenute anche nelle motivazioni della sentenza) l’agguato viene pianificato per il controllo dell’estorsione ai danni di un imprenditore edile. Giovanni Colombrita avrebbe fatto sapere che quella era “roba” sua e questo non sarebbe piaciuto a Ciccio Di Stefano. La difesa contesta la diatriba tra clan, mettendo tutto su un dissidio personale tra Di Stefano e Colombrita: una spiegazione che non convince la Corte d’Appello che ha pienamente confermato la sentenza di primo grado. Il bersaglio cambia in corsa quel primo ottobre del 2009, Colombrita non esce di casa e il “commando composto da due macchine” – racconta Michele Musumeci – decide di andarsene e per “una casualità” si imbatte in Orazio Pardo: che si sapeva era “compare” di Colombrita, seguito da Turi Leotta. Le indicazioni – secondo il collaboratore di giustizia erano precise: “Ci interessava proprio prendere o Giovanni Colombrita…poi se capitava anche a Orazio Pardo”. Un fatto di sangue che non sarà mai denunciato: Pardo si fa medicare in casa e non in un ospedale. La Squadra Mobile scopre del tentato omicidio grazie a un intercettazione. Scatta un sopralluogo in Corso Indipendenza e i poliziotti trovano una pallottola calibro 45. Lo stesso calibro della pistola che “Saru a Tigre” Angrì racconta che Christian Parisi aveva in mano il giorno dell’agguato.


