Dal carcere di Bicocca l'ordine di uccidere

Dal carcere di Bicocca l’ordine di uccidere

Intercettazioni in carcere. Le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. Tutti i retroscena del blitz "En Plein". LA CRONACA - FOTO - NOMI - LE INTERCETTAZIONI 

Operazione En Plein
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CATANIA – Salvatore Leanza è stato freddato il 27 giugno dello scorso anno con tre pistole: una calibro 7, una 7.38 e una 38. Un’eliminazione di mafia che ha fatto alzare il mirino dei carabinieri su Salvatore Rapisarda, storico capo del clan Morabito, vicino ai Laudani e, quindi, gruppo contrapposto agli Alleruzzo Assinnata di cui era capo proprio Turi “Padedda” Leanza. Immediate le intercettazioni nei confronti dello storico mafioso, fratello di quell’Alfio Rapisarda ucciso nel 1982, per cui la vittima era stato condannato all’ergastolo. Salvatore Rapisarda pochi giorni dopo il delitto finisce nel carcere di Bicocca per l’espiazione di un residuo pena. Il monitoraggio continua dietro le sbarre anche grazie al supporto della polizia penitenziaria. Alcuni sodali si recano in una stradina sterrata dietro la cinta muraria dell’istituto e urlando cercano di parlare con i detenuti. Le telecamere li inchiodano.

Il maggiore Adolfo Angelosanto, comandante del Nucleo Investigativo del Comando di Catania, descrive passo dopo passo l’articolata indagine scattata dopo l’omicidio di Turi Leanza che aveva fatto precipitare Paternò in pieno clima di Far West. Ricordando il periodo caldissimo degli anni ’70 e ’90, quando la città all’ombra del castello Normanno era teatro di una violenta faida tra i due gruppi mafiosi. I Rapisarda affiliati ai Laudani e gli Aleruzzo di Leanza referenti a Paternò per i Santapaola. 

A far visita al padre in carcere è Vincenzo Salvatore Rapisarda, conosciuto come Turi a Paternò. Un’intercettazione del 29 luglio non lascia adito a dubbi: il boss da il benestare al figlio di uccidere un uomo molto vicino al capomafia ammazzato. Ed è così che a Motta Sant’Anastasia, il giorno dopo, Antonino Giamblanco, uomo di fiducia di Turi Leanza, mentre guidava la propria auto nei pressi della discarica di Contrada Tiritì si accorge che a bordo di una Fiat Uno c’è un commando armato pronto a fare fuoco. Giamblanco riesce a sfuggire all’agguato: i carabinieri troveranno l’auto abbandonata e diversi bossoli sull’asfalto. Pallottole di un mitra, un M12 con silenziatore, sequestrato a Francesco Peci, una delle persone destinatarie della misura cautelare.

Il cerchio si chiude. Salvatore Rapisarda per gli inquirenti è il mandante dell’omicidio di Turi Leanza e anche del tentato omicidio di Giamblanco. “Il gruppo Morabito-Rapisarda avevano posto in essere una strategia di vera e propria eliminazione del gruppo contrapposto” – afferma il sostituto procuratore della Dda di Catania, Antonella Barrera.

Il gruppo contrapposto dei Rapisarda altri non era che quello che aveva come capo il boss (ucciso) Salvatore Leanza che dalla sua scarcerazione nel 2013 aveva ripreso le file della famiglia strettamente legata ai Santapaola. Turi Padedda si era circondato di un gruppo di picciotti e aveva cercato di prendere nuovamente potere a Paternò. Il suoi fedelissimi erano Antonino Giamblanco, Rosario Furnari, Giuseppe Tilleni Scaglione e Salvatore  Tilleni Scaglione. Un ritorno nello scenario criminale quello di Leanza che ha rotto i delicati equilibri criminali in città.

Nel corso delle indagini sono state effettuate altre perquisizioni e altri sequestri di armi. “Un modo questo anche per disarmare i gruppi criminali” – ha specificato il Procuratore di Catania, Giovanni Salvi. Tra questi un arsenale nella piena disponibilità del gruppo di Salvatore Leanza, nascosto nell’ovile di proprietà di Giuseppe Tilleni Scaglione, in Contrada Porrazzo di Paternò.

A dare nuova linfa all’apparato probatorio anche le parole di un neo collaboratore di giustizia, Franco Musumarra, detto Franco Cioccolata, che si è autoaccusato di far parte del gruppo di fuoco di tutti e due i fatti di sangue. Il pentito, ex organico del gruppo Morabito Rapisarda, quando ha deciso di “cambiare vita” era libero. Una scelta dunque che non parte dalla cella di un carcere.

“Le indagini comunque non si fermano qui”. Assicura Alessandro Casarsa, Comandante dei Carabinieri di Catania. L’inchiesta infatti prosegue per raccogliere elementi che possano supportare i sospetti degli inquirenti su chi sono i killer che hanno ammazzato Turi Padedda e ferito la moglie. Quel boss a cui è stato dedicato un corteo funebre con tanto di applausi e onori.

 

 


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