Annullata la semilibertà del killer ergastolano di Porta Nuova

Annullata la semilibertà del killer ergastolano di Porta Nuova

La Cassazione cassa il provvedimento con rinvio

PALERMO – Il killer aveva ottenuto la semilibertà, ma il provvedimento viene rimesso in discussione. La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la decisione.

Il Tribunale di Sorveglianza di Sassari, nei mesi scorsi, ha concesso il beneficio a Marcello Lo Iacono, ergastolano per omicidio, ritenendo che meritasse una nuova occasione. Di giorno esce dal carcere per andare a lavorare in una friggitoria a Palermo.

Killer detenuto dal 2020

È detenuto dal 2020 per avere ammazzato un anno prima Domenico Campora, personaggio in ascesa negli ambienti mafiosi che si occupava soprattutto di droga. Due killer – c’era anche Luigi Lo Iacono, cugino di Marcello – fecero fuoco tra i vicoli del Capo, il mercato dove ora il detenuto andrà a lavorare. Campora non ebbe scampo, mentre rimase ferito Emanuele Lipari.

Lo Iacono sta scontando il carcere a vita per omicidio, ma è stato giudicato colpevole anche del tentato omicidio di Lipari (quest’ultimo ha scontato una condanna per mafia ed è il padre di Onofrio, assolto dall’omicidio di Giuseppe Di Giacomo), e di traffico di droga. Fu invece assolto dall’associazione mafiosa.

Gino Lo Iacono si pentì e raccontò che Campora aveva cercato di farsi largo ed aveva pagato con la vita uno sgarbo nei confronti del boss Vincenzo Buccafusca, accusandolo di un grosso ammanco di denaro.

Il percorso rieducativo

Il percorso rieducativo, gli oltre 20 anni trascorsi in carcere, la mancanza di contatti con il contesto criminale di Porta Nuova e la volontà di risarcire i parenti della vittima: sono gli elementi che avevano convinto il Tribunale di Sorveglianza di Sassari a concedergli un’occasione di riscatto come chiesto dall’avvocato Giovanni La Bua.

Nel 2024 aveva scritto di voler consegnare una cifra simbolica di mille euro alla famiglia della vittima e si era impegnato a versare una parte dello stipendio che incassa lavorando nella friggitoria Dainotti, gestita da alcuni parenti nel mercato del Capo.

La Direzione nazionale antimafia aveva dato parere contrario alla semilibertà. Contestava la mancata prova dell’adempimento delle obbligazioni civili e di riparazione pecuniaria dopo la condanna per omicidio o la conferma dell’assoluta impossibilità di farsene carico (sia nelle forme risarcitorie, sia in quelle della giustizia riparativa); l’assenza di alcun contributo alle indagini dopo il suo arresto; la mancanza di elementi specifici che escludessero collegamenti con la mafia o il rischio che potesse riattivarli.

Il no dei pm alla semilibertà

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo aveva sottolineato la pericolosità sociale di Lo Iacono, desumibile dall’omicidio commesso e dal contesto in cui avvenne. E cioè quello del mandamento di Porta Nuova, ancora oggi tra i più potenti della mafia palermitana. Perplessità nascevano anche dal fatto che nella friggitoria che gli ha offerto un impiego lavorano dei pregiudicati. Dainotti è il cognome del boss assassinato a Palermo nel 2017.

Sulla decisione favorevole per il detenuto, come aveva ricostruito Livesicilia, aveva pesato il parere di medici e osservatori della struttura carceraria.

Seppure il ravvedimento sia necessario per la concessione della libertà condizionale e non per la semilibertà tuttavia, concludevano i magistrati di Sorveglianza, “si desume, oltre che l’impegno nel percorso di rieducazione, anche la sua volontà di prendere le distanze da ambienti devianti”.

La prima sezione della Cassazione, presieduta da Giacomo Rocchi, rimette tutto in discussione. Lo Iacono resta in semilibertà, ma un altro Tribunale deve rivalutare se lo meriti davvero. In particolare i supremi giudici ritengono che il provvedimento sia affetto “da vizio di motivazione e da illogicità in relazione all’esistenza del pericolo di ripristino dei collegamenti” con la criminalità organizzata.

Ed ancora è “carente sul quesito della mancata collaborazione che risulta totalmente ignorato, violando le indicazioni della Corte Costituzionale”.


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