PALERMO – In appello la vicenda esce ridimensionata. Due imputati vengono condannati ma con sconti di pena e due sono stati assolti.
Agli imputati venivano contestati i reati di lesioni personali e tentata rapina, con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra. Nel 2019, durante il carnevale nel comune trapanese di Vita, subisce un’aggressione il presidente dell’associazione “Belice soccorso onlus”, Enrico Perricone.
Nel corso della colluttazione avvenuta prima in un bara e poi a casa della vittima – così aveva ricostruito l’accusa – i quattro imputati avrebbero tentato di sottrargli le chiavi dell’ambulanza. Perricone aveva riportato un trauma distorsivo del ginocchio con prognosi di 20 giorni.
In primo grado, davanti al Tribunale di Marsala, la pena più pesante, 6 anni, era toccata a Vito Musso, figlio del capomafia di Vita, Calogero, che attualmente sta scontando una condanna all’ergastolo. Cinque anni erano stati inflitti a Giovanni Pipitone, quattro anni a Vito Leone, e tre anni e nove mesi a Giuseppe Pipitone.

La seconda sezione della Corte di appello, presieduta da Gabriella Di Marco, ha mandato assolti Vito Pipitone e Giuseppe Pipitone per non avere commesso il fatto. L’avvocato Giovanni Mannino ha sempre sostenuto che i due imputati avessero cercato di dividere i partecipanti alla lite.
Per Musso e Giovanni Pipitone, difesi dagli avvocati Paolo Saladino e Carlo Ferracane, la pena scende a un anno e 8 mesi ciascuno non più per tentata rapina ma per violenza privata e senza aggravante di mafia.
Perricone aveva raccontato di essere stato costretto ad andare via dalla Sicilia per paura delle ritorsioni mafiose. Il giorno dell’aggressione gli urlavano “infame”. Ai microfoni della trasmissione Report aggiunse che c’era Cosa Nostra dietro i servizi di ambulanze private. Erano i boss a decidere chi e come dovesse lavorare.

