PALERMO – Pino Faraone torna a casa. Gli sono stati concessi gli arresti domiciliari quattro giorni dopo essere finito in cella con l’accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. I legali del politico, gli avvocati Anthoni De Lisi, Marina Cassarà e Vincenzo Zummo, hanno giocato la prima partita sulle esigenze cautelari. E i giudici gli hanno dato ragione, ritenendo la detenzione domiciliare sufficiente ad evitare i rischi di inquinamento probatorio e di reiterazione del reato. A favore dell’indagato ha pesato il fatto che il reato contestato sia legato ad un singolo episodio di tentata estorsione, quella ai danni di un imprenditore del settore elettrico che prima aveva negato e poi ammise di essere vittima del racket. Faraone, che sarebbe stato l’ambasciatore dei boss di San Lorenzo per l’imposizione della messa a posto, non ha precedenti penali, mentre il collegio ricorda nel provvedimento le sue esperienze politiche.
Non c’è, invece, il pericolo di fuga del consigliere comunale coinvolto nel blitz Apocalisse 2 nella notte fra domenica e lunedì scorsi. Secondo i giudici del Riesame, infatti, Faraone avrebbe già dato prova di non avere alcuna intenzione di scappare e citano le interviste in cui, nel giugno scorso, venuto a galla il suo presunto coinvolgimento nell’inchiesta, si disse non solo “sereno”, ma pure “disponibile a farmi ascoltare dai magistrati”. Un profilo, quello tenuto da Faraone, che non lascia spazio a propositi di fuga.
Il consigliere comunale, ex assessore provinciale e, seppure per pochi mesi, deputato regionale, dunque, torna a casa. Gli sono stati concessi gli arresti domiciliari nel merito delle esigenze cautelari e non per i motivi di salute dell’indagato, sofferente di asma, come era erroneamente trapelato all’inizio. È solo la prima tappa di una lunga e pesante partita giudiziaria, come pedante è l’accusa piovuta addosso al politico.

