Rosalia Bonfardino, autore su - Pagina 18 di 23
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Comunemente noto come coati dal naso bianco o Pizote, il Nasua narica è un mammifero carnivoro della famiglia dei Procyonidae. Il termine coati comprende tre specie di mammiferi, classificate in Nasua e Nasuella. Caratterizzato da un corpo slanciato e agile, può raggiungere una lunghezza di 60 cm e una coda di 50 e un peso tra i 3 e i 6 chili. Con una pelliccia screziata che va dal bruno scuro al marrone tenue, ha un simpatico musetto bianco-giallastro, due cerchi bianchi intorno agli occhi, orecchie piccolissime, corte e tondeggianti, canini affilati, come tutti i carnivori e zampe robuste dotate di forti unghie. Dotati di una straordinaria capacità di adattamento, è possibile trovare i caoti in molte zone dell'America, da quella meridionale a quella settentrionale, soprattutto nelle zone boschive. Dopo aver raggiunto la maturità sessuale, i maschi si allontanano dal gruppo, che di solito comprende fino a 25 individui, e conducono una vita solitaria. Le femmine si organizzano, invece, in gruppi che si prendono cura di tutti i cuccioli della comunità, senza far avvicinare i maschi che ucciderebbero i piccoli, per favorire il ritorno del calore. Estremamente socievoli, i coati non entrano in conflitto neanche con i gruppi diversi della stessa specie. Animali soprattutto diurni, sono attivi e alla continua ricerca di insetti. Riescono a individuare formiche, termiti, ragni e larve anche in profondità nel terreno, grazie ad un ottimo olfatto. Se la vittima è un invertebrato, la fanno rotolare con le piante delle zampe degli arti interiori contro il terreno, ottenendo così lo scopo di uccidere una preda che altrimenti reagirebbe mordendoli. Se è un vertebrato la gettano a terra e la uccidono, dopo averla immobilizzata, azzannandola alla testa. Se è vero che possono divorare rane, lucertole, uova di rettili e topi, non disprezzano neanche la frutta, che mangiano in gran quantità.


C’è chi la chiama Great Pacific Garbage Patch, chi Pacific Trash Vortex, chi la definisce il settimo continente. Si tratta di un’isola, un’isola di plastica. Si trova nel bel mezzo del Pacifico ed è considerata uno tra i peggiori disastri ambientali della storia. Fu scoperta nel 1997 dal velista americano Charles Moore, mentre solcava le onde del Pacifico tra Giappone e Hawaai. Gli studiosi delle correnti oceaniche ne avevano già previsto la crescita nei primi anni ’90 ma ora l’ipotesi è diventata realtà.

Secondo GreenPeace, dei circa 100 miliardi di chilogrammi di plastica prodotti ogni anno, il 10 per cento finisce in mare. Di questo un quinto giunge dale imbarcazioni, il resto arriva dalla terra ferma. Ogni giorno, infatti, tra le coste del Giappone e quelle degli Stati Uniti le navi scaricano tonnellate di plastica. Le correnti oceaniche le trascinano poi fino al centro del Pacifico.

L’isola si estende al momento su circa 700mila chilometri quadrati, ma potrebbe addirittura arrivare a coprire 15 milioni di chilometri, una superficie pari quasi al doppio di quella degli Stati Uniti. Ormai affermatasi come la più grande discarica del pianeta, per la maggior parte della sua estensione non è visibile né da satelliti né dalle navi, Per capirne realmente la grandezza è necessario navigarci in mezzo.

Da sacchetti di plastica a bottiglie, da borse a palloni da calcio, l’isola di plastica convoglia in sé tutta la spazzatura del Pacifico. Secondo gli esperti l’isola raccoglierebbe anche “reperti” degli anni ’50. La plastica, non essendo del tutto biodegradabile, pur disintegrandosi in piccolissimi pezzi, non viene mai eliminata completamente. Ecco, così, che I polimeri che la compongono finiscono per essere scambiati per plancton dalla fauna marina.

La plastica non si biodegrada ma si foto-degrada e si scompone in piccole particelle tossiche. Per oltre 260 specie marine la dieta alimentare è proprio a base di petrolio e derivati. E non è raro trovare residui di plastica negli stomaci di tartarughe, balene, delfini e foche. E’ poi ovvio che le sostanze tossiche giungeranno fino all’uomo che si nutre di pesce. Tra i danni che la plastica può provocare nell’organismo ci sono alcuni tipi di cancro, disturbi cardiaci, obesità, diabete e autismo. E se i più positivi ipotizzano di poter costruire sull’isola di plastica una superficie su cui abitare, intervenire per la bonifica del territorio sarebbe il primo passo da compiere.