Difficile dare torto alla professoressa Maria Falcone, quando ribadisce che suo fratello, il giudice Giovanni Falcone, lavorava per lo Stato italiano, non per il governo Andreotti, replicando a un passaggio dell’editoriale di Marco Travaglio sul ‘caso Ranucci’. Ma i tempi sono quelli che sono.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – ricordiamolo – furono vittime di tanti carnefici contemporanei, alcuni sicuramente consapevoli, altri non meno feroci, negli effetti. Il giudice Falcone, in particolare, fu ‘accusato’, da vivo, di prestare il fianco alla politica. Una imputazione surreale, vista la limpidezza del personaggio.
Falcone e Borsellino ebbero un coraggio quasi disumano nell’andare avanti fino all’estremo sacrificio, tra inimicizie manifeste e ipocrisie di falsi amici. Non siamo per il marmo delle statue: erano splendidi esseri umani in carne, ossa, sentimenti, pensieri. Tuttavia, resta evidente la sacralità di una memoria concreta.
Lasciamo in pace eroi e martiri
C’è una lezione che possiamo trarre (anche) dall’attuale risacca social-mediatica di una nota questione e che va oltre, diffusa in cento fattispecie. Esiste – in Sicilia, non solo in Sicilia – la tendenza a chiamare in causa impropriamente eroi e martiri.
Si sventolano (o si ammainano) gloriose bandiere dell’antimafia, magari per acquisire il diritto assoluto alla critica e la reciproca immunità perpetua dalle critiche.
Tutti possono valutare in quante occasioni avviene, soprattutto nella prossimità degli anniversari. Tutti avranno un personalissimo (e rivedibile) elenco di cognomi colti nell’attitudine. Di coloro che, decontestualizzando, fabbricano poco rispettosi teatrini retorici in cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono trasformati in marionette, loro malgrado.
Appello alla saggezza
Potremmo, invece, utilizzare una maggiore misura? Potremmo evitare l’appropriazione più o meno (in)debita dell’altrui sacrificio, dell’altrui eroismo, dell’altrui martirio, comprensivo di biografie e ricostruzioni tendenziose, a qualunque titolo, limitandoci a trarne linfa civile? Lo sappiamo: il nostro appello alla saggezza non lo seguirà nessuno, ma non è un buon motivo per rinunciare, per ricordare, per mettere gli elementi a posto.
Rammentando, per esempio, che alcuni di coloro che, adesso, innalzano lodi a ‘Giovanni e Paolo’, polemizzarono aspramente contro i medesimi – usando, a nostro parere, spropositata suggestione – quando erano in vita.
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Altri coltivarono pervicace inimicizia in forma ristretta, eppure l’eco di quel livore è giunta fino a noi. Alla luce di simili vicende, si richiederebbe, se non l’abiura, un più onesto: ‘scusate, abbiamo sbagliato’. E poi il silenzio.
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