Catania, svolta nell'assassinio Leonardi: in manette Massimiliano Salvo

Svolta nell’assassinio Leonardi: in manette Massimiliano Salvo

I carabinieri del Ros hanno arrestato uno dei figli di “Pippo 'u carruzzeri”. Nelle foto, la vittima ed i carabinieri, l'indomani, sulla scena del delitto.
L'INCHIESTA DELLA DDA
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CATANIA. Catenanuova è un paesino di cinquemila anime in provincia di Enna, a meno di un chilometro dall’omonimo svincolo autostradale dell’A19 Catania-Palermo e che da sempre, per questo, è ritenuto uno snodo cruciale del traffico di cocaina e marijuana tra le due più grandi città della Sicilia. E anche per questo, forse, le mire espansionistiche di uno dei gruppi del clan Cappello di Catania, la famiglia di “Pippo ‘u carruzzeri”, al secolo Giuseppe Salvo, cosca egemone nella zona del Villaggio Sant’Agata, hanno prodotto una delle ultime faide nel cuore dell’Isola. Oggi i carabinieri del Ros hanno arrestato un figlio del “carrozziere”, Salvatore Massimiliano Salvo, pregiudicato, già detenuto e con condanne per mafia e traffico di droga, ritenuto la mente dell’ultimo delitto di mafia della zona, risalente al 2012. La vittima era Prospero Leonardi, giovanissimo di Catenanuova, che secondo i pentiti si era messo in testa di rimettere in moto il vecchio clan di Cosa Nostra e scalzare i Cappello. 

Un’ipotesi per il delitto: punito il tentativo di riportare in auge Cosa Nostra

Secondo gli inquirenti Massimiliano Salvo sarebbe tra gli ideatori, gli organizzatori e gli esecutori materiali dell’omicidio di Prospero Leonardi, commesso dieci anni fa, perché la vittima aveva preso contatti con alcuni mafiosi di altri centri e stava tentando di spostare il potere verso Cosa Nostra, in nome di un suo cugino, Salvatore, ritenuto un boss e da tempo detenuto. Il giovane Leonardi avrebbe intimato ai Salvo di andare via dal paese. Uno sgarro ritenuto intollerabile, un “errore” che si sarebbe rivelato fatale. Del delitto hanno parlato vari collaboratori di giustizia. Salvatore Massimiliano Salvo è già detenuto per altro, come detto, per mafia e associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. L’ipotesi di omicidio è aggravata dall’aver agito con premeditazione, per favorire il clan Cappello – che da quel momento non ebbe più rivali nella raccolta del pizzo e nel traffico di stupefacenti – e di aver commesso il fatto di sera, “in circostanze di tempo tali da ostacolare la pubblica o privata difesa”.

La riapertura delle indagini nel 2019

Le indagini sull’omicidio erano state chiuse nel 2017 e riaperte a settembre 2019 a seguito delle rivelazioni dei pentiti. Le dichiarazioni dei pentiti oggi vengono ritenute indizianti dalla Dda di Caltanissetta e dal Gip, che ha disposto la custodia cautelare in carcere per Salvo. Per l’uomo era già stato ordinato l’arresto nel 2016, ma i carabinieri non riuscirono a trovarlo nel giorno in cui scattò la cosiddetta operazione “Lockout”. Poi i suoi legali vinsero il ricorso al Riesame, tant’è che lo stesso Salvo, presentandosi spontaneamente, fece cessare il proprio status di irreperibile pur rimanendo un uomo libero. Dopo qualche tempo l’inchiesta fu archiviata senza indagati: mancava una “chiara e univoca indicazione” su chi fossero stati i mandanti e l’esecutore materiale. Allora le ricostruzioni dei collaboratori di giustizia erano tutt’altro che univoche; al punto che non si concretizzò mai il cosiddetto “riscontro incrociato”, facendo vacillare l’intero castello accusatorio, poi crollato dinanzi al Riesame. 

Cronache di un omicidio, risalente al maggio di dieci anni fa

Il delitto Leonardi risale al 23 maggio 2012. Era un caldo mercoledì sera di primavera e la vittima fu ferita mortalmente con una pistola calibro 7,65 in piazza Marconi, nel cuore della cittadina di Catenanuova. Erano le 21,20. A entrare in azione fu un killer solitario, che si mise a sparare fino a quando, a cadere sotto i colpi della sua pistola calibro 7,65, non fu la vittima designata dell’agguato. In quelle fasi rimase ferito anche un uomo che si trovava con Leonardi, portato d’urgenza in ospedale, che riuscì a cavarsela. Immediatamente partirono le indagini dei carabinieri, che da tempo lavoravano sugli assetti mafiosi di Catenanuova. Leonardi aveva la fedina penale immacolata, mai alcun tipo di precedente, ma era ritenuto dagli investigatori vicino agli ambienti del crimine organizzato, lui che era cugino di Salvatore Leonardi, in carcere ma da sempre ritenuto un punto di riferimento del clan di Enna di Cosa Nostra, gruppo appartenente alla cosca pseudo-mandamentale che faceva capo allo storico boss Gaetano Leonardo, detto “Tano u liuni”.  Poco dopo l’omicidio Leonardi, i Cappello dovettero fare i conti con le rivelazioni di due nuovi collaboratori di giustizia: Salvatore Di Giovanni e Antonino Mavica. Il primo era il terzo uomo a trovarsi la sera dell’omicidio assieme a Leonardi. E quella sera stessa iniziò a parlare con i carabinieri, raccontando di essere rimasto sconvolto per la brutalità di ciò che aveva visto, tanto da decidere di vuotare il sacco. Mavica, invece, era cognato di Leonardi. Pure lui, quella stessa sera, decise di collaborare con la giustizia, iniziando a parlare con il pm Roberto Condorelli, oggi procuratore aggiunto di Caltanissetta, e con i carabinieri di Enna. In questo modo fu possibile ricostruire l’attività di Leonardi e i suoi giorni precedenti, quando aveva preso contatti con alcuni personaggi mafiosi di altri centri e stava tentando di riannodare i fili di Cosa Nostra. Oggi l’inchiesta è condotta dai Ros, sotto il coordinamento della Dda.


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