Siamo siciliani. Raccogliamo storie disperate. Facciamo l’elenco dei cari volti percossi dalla furia delle cose. Stiamo ripercorrendo le conseguenze drammatiche del ciclone Harry. Stiamo raccontando, col nostro Anthony Distefano, i terribili giorni di Niscemi sconvolta dalle frane. Cataloghiamo nell’archivio le foto del disastro. A tutti coloro che soffrono va il nostro impotente abbraccio. Sappiamo che nessuna parola, in nessuna cronaca, per quanto attenta, darà mai il conforto necessario.
Siamo siciliani. L’isola è una componente ineliminabile della nostra geografia esistenziale, anche se andiamo via. L’abitudine a una certa quota di abbandono è una compagna di viaggio.
Abbiamo combattuto la mafia con le opere e i pensieri, dopo decenni di omissioni. Siciliani erano mostri come Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ma è stata la stessa Sicilia a garantire il contravveleno. La memoria preziosa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con gli altri martiri, ha una adamantina consistenza morale che, da siciliani, si percepisce con una forma unica.
Siamo siciliani. Abbiamo subìto – e accade ancora – il razzismo dei minus habens. Scontiamo il dolore quotidiano di una contraddizione perenne. Viviamo in una terra bellissima, ma sottosviluppata e resa agra da secoli di cattiva politica. Abbiamo medici tra i migliori, ma lavorano in un sistema sanitario che, complessivamente, non ha mai funzionato. Diversi sono gli esempi. Anche oggi, contemplando con il cuore spezzato la Sicilia a pezzi, tra cicloni e frane, avvertiamo il morso delle nostre millennarie solitudini.
Il dramma e la diffidenza
Poiché siamo siciliani immaginiamo che la sciagura in corso non verrà supportata da una reale e durevole presa in carico della politica nazionale. Non sarebbe nemmeno una novità. Pecchiamo di cinismo autoctono? Forse, lo speriamo veramente. Speriamo di sbagliarci. Noi speriamo che il nostro atavico pessimismo sia smentito. Però…
L’obolo annunciato da Roma – circa trenta milioni accanto a sconvolgimenti di miliardi causati dal ciclone – è un primo segnale inquietante per la sua eseguità, se lo proporzioniamo alla distruzione. Arriveranno altri fondi? Si promette solennemente che accadrà.
Intanto, la somma stanziata somiglia al tintinnio della monetina lasciata piovere dentro una mano tesa, davanti all’urgenza di fare presto e bene. C’è una Regione che si è mobilitata, che sta seguendo il dossier, prendendo provvedimenti. Ci sono palazzi romani che, al momento, segnano il passo, rispetto alle legittime aspettative.
Ha scritto il nostro Salvo Cataldo: “È la Sicilia costretta a fare i conti con una emergenza dopo l’altra e che ora, i conti, quelli per le prime spese da sostenere, inizia farli anche mettendo insieme gli aiuti del governo regionale con quelli stanziati da Roma. La differenza in termini di proporzionalità dell’impegno salta all’occhio”.
Il dolore e l’indifferenza
Un dato che fa il paio con l’indifferenza della cronaca già denunciata. Come se un ciclone in Sicilia, con il suo corredo di case sventrate, di famiglie rovinate, di esistenze affogate nella povertà, fosse una marginalità, una cosuccia, una vicenda periferica.
Siamo siciliani. Perciò conosciamo l’arte della retorica di cui, modestamente, diamo prove considerevoli. Da qualche tempo, cominciamo a osservare con maggiore fastidio le passerelle, le polemiche, le indignazioni a comando, gli strapuntini della visibilità. Non ci interessano più. Chi venga per dare un sostegno sarà sempre il benvenuto. Altrimenti, il selfie accanto alle rovine sarà immancabilmente l’irridente didascalia di una beffa. Un fiammifero acceso per pochi secondi, nella notte più buia che c’è.
Questa Italia, in cerca di palcoscenici del disastro per gonfiare il petto a vario titolo e poi sparire, sembra lontanissima da qui. Se pensate alla Sicilia, con amore e con dignità, dimostratelo con i fatti, non con le promesse d’occasione. Siamo siciliani, mica scemi.
Scrivi a direttore@livesicilia.it

