Cinque delle sei vittime italiane della strage di Crans-Montana, identificate attraverso il test del Dna, rientreranno in Italia con un volo di Stato nella mattinata di lunedì 5 gennaio. Solo il corpo di Sofia Prosperi sarà portato a Lugano dove viveva. I loro funerali saranno organizzati a spese dello Stato italiano. I familiari hanno sperato sino all’ultimo che fossero tra i feriti non identificati.
“Esistono le disgrazie, ma questa non è stata una disgrazia ma una tragedia evitabile. Sarebbero bastati un po’ di prevenzione e un minimo di buon senso”, ha detto l’ambasciatore italiano in Svizzera Gian Lorenzo Cornado al termine della cerimonia per commemorare le vittime dell’incendio scoppiato a Le Constellation, lounge bar di Crans-Montana.
Chi sono le vittime italiane della strage di Crans-Montana
- Chiara Costanzo, 16 anni, originaria di Arona, viveva a Milano con la madre. Frequentava il liceo scientifico Moreschi e praticava ginnastica acrobatica a livello agonistico. La famiglia ha una casa a Crans-Montana.
- Giovanni Tamburi, bolognese, aveva da poco compiuto 16 anni. Frequentava il liceo scientifico ed era appassionato di moto e di golf. Era in vacanza con il padre nella casa di famiglia.
- Emanuele Galeppini avrebbe compiuto 17 anni a gennaio. Originario di Genova, si era trasferito a Dubai con la famiglia ed era una promessa del golf.
- Achille Barosi, 16 anni, frequentava il liceo artistico delle Suore Orsoline a Milano. Era andato al bar Le Constellation dopo aver brindato a casa.
- Sofia Prosperi, 15 anni, era nata a Roma ma viveva nel Canton Ticino. È la più giovane delle vittime italiane.
- Riccardo Minghetti, 16 anni, romano, appassionato di tennis, era in vacanza a Crans-Montana con la famiglia.
Le condizioni dei feriti
Sono 14 i ragazzi italiani rimasti ustionati nel rogo scoppiato nel bar Le Constellation la sera di Capodanno. Alcuni sono stati trasferiti all’ospedale Niguarda di Milano dove i medici operano senza sosta. “Quasi tutti i feriti – si legge in una nota dell’ospedale – hanno 15-16 anni, fatta eccezione per una donna di 29 anni e una donna di 55. Sette sono considerati in condizioni particolarmente serie e necessitano di cure più intensive”.
Le parole del direttore del Centro ustioni del Niguarda
“Sono giornate molto impegnative – ha raccontato Franz Wilhelm Baruffaldi Preis, direttore del Centro ustioni del Niguarda in collegamento con “Domenica In” – Ci stiamo adoperando per operarli tutti il più frequentemente possibile per togliere i tessuti più sofferenti per le ustioni e far sì che questi possano essere sostituiti con tutto quello che abbiamo a disposizione al Niguarda, dalla banca dei tessuti ai sostituti dermici alla loro pelle”.
“La cosa positiva di oggi è stata vedere estubato uno di questi ragazzi, potergli parlare, dare una parola di conforto a lui e ai genitori che erano lì con lui – ha raccontato il medico del Niguarda – Faremo tutto il possibile perché anche gli altri possano essere estubati rapidamente. In questo momento abbiamo nove di questi ragazzi con noi (…) le nostre sale operatorie stanno andando di continuo, abbiamo un turnover di equipe”.
“I nostri medici in Svizzera per portare a casa i nostri ragazzi”
“I medici che non sono con noi sono in Svizzera – ha svelato Franz Wilhelm Baruffaldi Preis – abbiamo due team di chirurghi plastici che stanno facendo scouting, cioè stanno andando nei vari ospedali a vedere come stanno gli altri ragazzi per cercare di portarli a casa. Due di queste persone che hanno subito questo trauma sono in arrivo oggi pomeriggio. Appena arriveranno verranno ‘aggredite’ da noi chirurghi per cercare di migliorare il loro stato sia locale che generale”.
“Per fortuna, abbiamo avuto una grande solidarietà da parte dei colleghi anestesisti, degli infermieri e del tutto il team del Niguarda che si è messo a disposizione – ha aggiunto – Nonostante le ferie, riusciamo a tenere botta. In questo momento si sente il rumore dell’elicottero che sta arrivando con uno di questi pazienti. Io sono positivo, penso che molti di questi ragazzi andranno incontro a un miglioramento repentino. Fino a quando ci sarà la speranza di poterli ricostruire, noi siamo sul pezzo e non ci muoviamo da questo ospedale”.
Il trauma psicologico
“Le prime parole di Filippo, uno di questi ragazzi, sono state: ‘Dov’è il mio amico?’ – ha confidato il direttore del Centro ustioni del Niguarda – Abbiamo dovuto dirgli che era nella cameretta vicino a lui, in realtà è un pochino più distante. Ovviamente ci sarà un grosso lavoro da fare per riprendere la vita normale sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista psicologico”.
“I nostri psicologi si stanno occupando di questo ma anche del personale medico perché alcuni di noi stanno andando in burnout – ha rivelato – Non eravamo abituati psicologicamente a una situazione del genere. Il Niguarda è l’ospedale che dovrà occuparsi anche delle Olimpiadi e abbiamo fatto anche delle simulazioni sulle maxi emergenze”.
“Dal punto di vista tecnico sappiamo come intervenire ma il cervello dei sanitari è un qualcosa che non si può allenare a queste cose. Come padre, dinanzi alle domande dei genitori, mi viene il magone, mi viene da piangere”, ha concluso con la voce rotta dall’emozione.
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