PALERMO – E così la Sicilia si ritrovò tappezzata dai manifesti elettorali di Rosario Crocetta. Che davvero vuole riprovarci. Rivendicando il suo diritto da statuto del Pd a correre e chiedendo, praticamente ignorato dal suo stesso partito, per lo meno le primarie. E su questo, sia chiaro, il presidente ha ragione. Il diritto, a stretto rigore di norma e per astratta logica politica, di chiedere ai siciliani di restare a Palazzo d’Orleans Rosario Crocetta ce l’ha tutto. Tutt’altra cosa, però, è l’opportunità di questa scelta. Che denota lo scollamento del presidente da una realtà che tragicamente è sotto gli occhi della Sicilia, quella del fallimento di questa esperienza politica.
Ecco, alla luce di quel fallimento, certamente condiviso dal presidente con i suoi compagni di viaggio che oggi cercano di far di tutto per prenderne le distanze, quella ricandidatura appare quasi un’indecenza. Perché indecente è il solo pensare di riproporre ai siciliani un altro quinquennio come quello che stiamo per lasciarci alle spalle.
Più di una volta abbiamo riportato sul nostro giornale il catalogo dettagliato dei passi falsi della stagione del crocettismo, non serve ripubblicare l’elenco completo. Ma il fallimento del quinquennio è stato tale che davvero la sola idea di un atto secondo è assolutamente impensabile.
Il fallimento è stato politico. E per metterlo a fuoco basta ricordare i quaranta e passa assessori cambiati in cinque anni. Una giunta delle porte girevoli che è stata l’immagine della precarietà della Regione nella legislatura. La maggioranza non c’è mai stata, il presidente non ne è mai stato garante, il governo è rimasto scollegato dall’Ars, anche nella stagione dei politici, basti pensare allo spettacolo visto a Palazzo dei Normanni negli ultimi mesi, con l’aula deserta e l’Assemblea impantanata.
È stato un fallimento amministrativo, su cui ha pesato anche l’influenza dell’ormai famigerato e sputtanatissimo cerchio magico, quel grumo in cui la melassa antimafiosa saldava lobby e burocrazia.
È stato un fallimento sul piano legislativo. Basti ricordare, senza scomodare il lungo elenco più volte qui riportato, la quasi grottesca vicenda della riforma delle Province, con il suo iter da Penelope che si è chiuso l’altro giorno con l’azzeramento della norma, dopo quasi cinque anni di commissariamento e sospensione della democrazia.
Già solo immaginare un seguito a questa giostra impazzita suona come un esercizio perverso. E quei partiti rimasti fino all’ultimo in giunta con le mani ben salde sugli assessorati di Crocetta ne legittimano la sfrontata indecenza del pensare a un bis.

