Dal Bangladesh, a piedi per 2 anni | Il viaggio della speranza di Kabir - Live Sicilia

Dal Bangladesh, a piedi per 2 anni | Il viaggio della speranza di Kabir

Ventitrè ore dentro un container, gli spari dei militari turchi, la paura. L'incredibile avventura di un uomo partito dal suo Paese alla ricerca di un futuro per sè e la sua famiglia. Oggi frequenta l’oratorio Santa Chiara all’Albergheria, nel cuore del centro storico del capoluogo e lavora come badante.

PALERMO- A piedi, sballottato su un camion, in fuga da una terra lontana, col pericolo di morire, di non farcela e di essere dimenticato come tanti, troppi, uomini senza nome. Un lungo cammino quello di Kabir Miah, ragazzo del Bangladesh che racconta la sua storia di dolore e di speranza. Oggi frequenta l’oratorio Santa Chiara all’Albergheria, nel cuore del centro storico di Palermo, punto di riferimento dei migranti. Una comunità salesiana che offre assistenza e aiuto, sotto la guida di don Enzo Volpe. Alessandra Curcio, coordinatrice dei corsi di italiano, spiega: “Molti studiano, per cercare di trovare qualche opportunità in più rispetto alla solita attività di domestico o ambulante”.

Kabir, 35enne, ragazzo musulmano, originario del Bangladesh, rivede con LiveSicilia le tappe del viaggio, che lo hanno portato fin qui, fino, a Santa Chiara, dove frequenta la scuola media e si prepara per gli esami di Stato a giugno. “Ho pensato che, viaggiando a piedi, sarebbe stato più lungo, ma avrei avuto più possibilità…”. Più fortuna dei disperati che si imbarcano sulle carrette del mare. Unico figlio maschio, in una famiglia con nove sorelle, il ragazzo venuto dalla fine del mondo è emigrato solo, dal suo Paese, in cerca di un lavoro che gli consentisse di mantenere la numerosa famiglia. Inizia nel 2004 il cammino che, lo avrebbe visto giungere alla sua meta, l’Italia, due anni dopo, nel 2006. A piedi, Kabir partì dal Bangladesh, per passare dall’India, poi in Pakistan. Un mese dopo pagando 100 mila rupia, (moneta pakistana) – circa mille euro – l’ingresso in Iran. Dopo l’Iran, il passo successivo: la Turchia. Un percorso non facile, costellato di arresti e difficoltà

Kabir non dimenticherà mai – così racconta – l’ultima volta, quella “buona”, che gli consentì di entrare in Turchia, per proseguire.  “I militari ci hanno sparato – dice -. Ricordo che sei persone del mio gruppo, quella notte, sono morte”. Poi, la strada verso Istanbul, su un camion di fortuna, all’interno di un container chiuso, utilizzato per il trasporto dell’olio. Non si dimenticano quelle interminabili cinquantatré ore di viaggio: “Eravamo in dieci chiusi con un lucchetto, anche se c’era un buco sotto che faceva passare aria, le pareti erano sporche d’olio”. Infine, l’arrivo, l’approdo a una nuova vita. Oggi, Kabir Miah, vive, studia e lavora a Palermo. Fa il domestico e il badante in casa di una signora di cento anni e 4 mesi, dove vive con la moglie e il figlio.

 

 

 


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