Zen, la protesta delle associazioni

Zen, ci scrivono le associazioni: “Pochi atti concreti, serve la città”

La lettera di chi lavora sul territorio
POLVERIERA ZEN
di
6 min di lettura

Pubblichiamo una lettera delle associazioni che operano allo Zen inviata a LiveSicilia.it

Quanto sta accadendo allo Zen impone una riflessione da parte di tutta la città. Oltre alla solidarietà nei confronti della parrocchia, oltre a fare quadrato attorno a Padre Giovanni Giannalia e a difendere il suo grandissimo impegno nel quartiere, servono adesso atti concreti. E di concretezza, in questi mesi, ne abbiamo vista davvero poca. Di mani sul cuore, però, ne abbiamo viste tante. Ora è il momento dei fatti. Non li chiediamo, li pretendiamo.

È ormai evidente che la nostra città stia patendo gli effetti di un disagio sociale generalizzato e che lo Zen ne sia in qualche modo divenuto l’emblema. In questi casi, specularmente al problema, viene spontaneo interrogarsi sulle contromisure, reali o presunte, messe in campo per arginare la diffusione di certi fenomeni. E ciò che emerge da tale analisi è la fotografia di una città fatta di urgenze a geometria variabile.

Lo Zen sotto i riflettori

Era la mattina del 27 aprile 2025 quando, sbigottiti, apprendevamo quanto accaduto la notte prima a Monreale. Da quel momento il quartiere è stato sotto i riflettori e ci è rimasto a causa di una sequenza di episodi di cronaca, ben noti e sempre più gravi, che si è succeduta senza soluzione di continuità, dando vita ad una vera e propria escalation.

Quando ha preso piede la vulgata secondo cui la cosiddetta “parte buona” del quartiere avrebbe dovuto alzare la testa per dimostrare che “non sono tutti così”, abbiamo ribattuto con fermezza: senza il sostegno del resto della città e soprattutto delle istituzioni, le persone dello Zen, sole e sopraffatte dalla paura e dallo sconforto, non ce la potranno fare. È su questo che oggi invitiamo la città a riflettere, ricostruendo l’ordine dei fatti dallo scorso aprile ad oggi.

In questo arco di tempo, come associazioni del territorio, abbiamo incontrato politici e amministratori a tutti i livelli. Lo Zen è diventato una sorta di hub, di snodo nevralgico della politica delle buone intenzioni, che tali però sono rimaste. Basti citare, in ordine sparso, la visita in quartiere della Commissione del Parlamento Europeo sulla crisi abitativa, la Commissione Antimafia dell’ARS riunitasi alla parrocchia San Filippo Neri, le riunioni in prefettura, gli incontri dei firmatari dell’accordo di rete interistituzionale per la riqualifica dello Zen, l’assemblea degli Stati Generali per l’infanzia, l’adolescenza e le politiche giovanili, e l’elenco sarebbe ancora lungo.

In tutte queste occasioni abbiamo raccontato il sottobosco di diritti negati e di esclusione sociale che è lo Zen, premurandoci di produrre e consegnare documenti nei quali abbiamo messo nero su bianco gli interventi prioritari, evidenziando in ogni modo che si trattava di una corsa contro il tempo, che si era già in ritardo e che tali interventi erano più che mai urgenti e indifferibili. Ma evidentemente lo erano più per noi che per i nostri interlocutori.

Cosa racconta lo Zen

A questo punto è lecito pensare che i concetti di “urgente”, “prioritario”, “indifferibile”, se riferiti allo Zen, assumano un significato meno rigido e meno perentorio che altrove: si smussano, si diluiscono, si dilatano nel tempo, fino a rendere negoziabile persino l’idea stessa di urgenza.

Appare ormai evidente che quello Zen che da anni raccontiamo come l’emblema di una città che cresce e si sviluppa a compartimenti stagni, in questi tragici mesi sia stato definitivamente relegato a territorio sacrificabile sull’altare di una narrazione sempre più goffa di una città che, ufficialmente, non avrebbe un reale problema di sicurezza, e se anche lo avesse, non sarebbe certo imputabile a chi la governa. Una narrazione che regge solo a patto di ascrivere interi quartieri alla categoria di eccezione permanente, di zona grigia, di rumore di fondo, sperando che il rumore si plachi, sperando che “passi la nottata”.

Ma la nottata non è passata e il circo delle dichiarazioni a mezzo stampa è arrivato al grottesco. Leggiamo sui giornali le roboanti parole del Sindaco Lagalla, che costruisce un improbabile nesso fra gli interventi per lo Zen finanziati da questa amministrazione e la violenza crescente come atto di resistenza a un cambiamento che forse, dentro una stanza, dietro a una scrivania, appare meraviglioso e immaginifico, ma per le strade del quartiere, dove i nostri amministratori vengono molto di rado e controvoglia, non si percepisce neanche lontanamente.

La violenza, signor Sindaco, non è un indicatore del successo delle politiche pubbliche, ma la misura della loro inefficienza nella prevenzione, nella sicurezza e nel controllo del territorio. E continuare a definire quanto accade allo Zen come un’emergenza è comodo, ma profondamente fuorviante.

L’assenza dello Stato

La violenza diventa sistemica quando sistemici sono il degrado, l’abbandono e l’assenza dello Stato. La violenza non nasce dal nulla, né esplode all’improvviso; cresce e si sedimenta dove per anni si accumulano abbandono, assenza di servizi, precarietà abitativa e vuoti istituzionali. Trattarla come un fatto episodico significa ignorarne le cause più profonde e condannare il quartiere a rivivere all’infinito le stesse dinamiche.

Nessuno mette in dubbio l’importanza dei finanziamenti stanziati dall’amministrazione comunale per la realizzazione di importanti interventi di riqualificazione (che abbiamo fin da subito accolto e sostenuto con entusiasmo), ma il cambiamento – lo sappiamo per esperienza – nasce da piccole cose percepibili nella vita quotidiana.

Se, nelle more che si realizzino gli interventi di lungo corso, non vengono messi in campo quelli più semplici e basilari (illuminazione pubblica, bonifica delle discariche abusive, decoro urbano, ecc.), capaci di restituire quel minimo di dignità e sicurezza che altrove rappresenterebbero una condizione di base del vivere civile, i cittadini e le cittadine dello Zen finiranno per non sapere più che farsene delle manifestazioni simboliche.

Zen, non è cambiato niente

Signor Sindaco, Signor Questore, Sua Eccellenza il Prefetto, sono passati otto mesi dai tragici fatti di Monreale e allo Zen, possiamo dirlo senza tema di smentita, non è cambiato niente. Mettendoci, per assurdo, nella posizione di coloro che condanniamo e contrastiamo, vestendo per un attimo i loro panni, se oggi fossimo noi i criminali, ci sentiremmo liberi di agire così come si sta effettivamente facendo, poiché percepiremmo dall’altra parte delle istituzioni tentennanti, disorganizzate, che temporeggiano e discutono sul da farsi mentre il quartiere è in preda a una crisi sociale senza precedenti.

In questi mesi abbiamo fatto da ponte, abbiamo mediato fra abitanti e istituzioni, ci siamo confrontati, talvolta in un clima dialettico, ma sempre costruttivo. Adesso la misura è colma. Non chiediamo più spiegazioni, non attendiamo più promesse. Ogni giorno di ritardo pesa sulle vite delle persone, e su questo non ammetteremo ulteriori ambiguità.

Va immediatamente istituito un tavolo permanente che coinvolga tutte le parti in causa che possano intervenire concretamente sulla situazione di grave precarietà in cui versa il quartiere, a cominciare da Sindaco e giunta, prefettura e Istituto Autonomo Case Popolari, insieme alle associazioni, alla parrocchia e alle istituzioni scolastiche. Occorre, da domani, analizzare e affrontare ogni questione, dalla più grave come la precarietà abitativa, alla più semplice come l’illuminazione pubblica, attraverso la stesura di piano globale e dettagliato, affinché la criminalità non sia la prospettiva più concreta e conveniente.

Pretendiamo fatti concreti, subito. Lo Zen non è più disposto ad aspettare.

Fabrizio Arena (nella foto), presidente associazione Laboratorio Zen Insieme

Lara Salomone, presidente associazione Handala

Serena Fleres, coordinatrice territoriale Fondazione l’Albero della vita

Salvatore Casella, presidente associazione Lievito Onlus


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