Nel gennaio 2024, la Regione Toscana ha approvato una legge che disciplina l’accesso al suicidio medicalmente assistito, dando attuazione alla sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019 (caso Cappato/Dj Fabo).
Il provvedimento ha tracciato un percorso chiaro e garantito per chi, in presenza dei requisiti stabiliti dalla Corte, desideri porre fine alla propria vita in modo consapevole e assistito. Ma nel 2025 il Governo ha deciso di impugnarlo, ritenendo che invada competenze statali in materia di diritti civili e tutela della salute.
È questa una scelta che rischia di cancellare non solo una norma, ma la possibilità concreta, per molte persone, di essere ascoltate fino in fondo.
Ci sono momenti in cui il dolore non è più un ostacolo da superare, ma una presenza costante che spegne ogni orizzonte. Una sofferenza che riguarda il corpo, certo, ma anche la propria identità, la relazione con il tempo, con gli altri, con sé stessi. Quando la domanda non è più “come posso guarire?”, ma “posso ancora vivere così?”, il bisogno di essere liberi di scegliere diventa cruciale.
Parlare di suicidio assistito non è facile. Tocca corde intime e profonde. Ma oggi è necessario farlo, soprattutto alla luce di quanto sta accadendo in Toscana.
La vita è un dono, ma nessun dono può essere imposto. Quando una persona lucida e informata, accompagnata da cure palliative di qualità, chiede di morire perché ogni giorno è divenuto insostenibile, non sta rinunciando alla vita: sta affermando con coraggio la propria dignità.
Le cure palliative sono un caposaldo della medicina contemporanea. Offrono sollievo, presenza, ascolto. Ma, per quanto evolute, non sempre bastano. Esistono sofferenze che resistono a ogni terapia: dolori che nessun farmaco placa, paure che nessuna parola consola, condizioni che tolgono ogni senso al vivere.
“Mi chiamo Teresa, ho 52 anni, e sto morendo da quattro. Il mio corpo è ormai un contenitore vuoto. I medici palliativisti sono meravigliosi, ma non possono restituirmi ciò che ho perso. Non voglio essere costretta a morire inchiodata a questo letto. Chiedo solo di poter dire basta, nel rispetto di ciò che sono stata”, scriveva in una lettera letta in Consiglio Regionale una donna diventata simbolo di questa legge.
Non c’è contrapposizione tra il diritto a essere curati e quello a scegliere. La Toscana ha avuto il coraggio di riconoscerlo, tracciando un confine chiaro tra abbandono e accompagnamento, tra sofferenza e libertà. E oggi rischia di vedersi punita per aver osato normare ciò che esiste già nella vita reale delle persone.
Viviamo in un mondo capace di bellezza, ma attraversato dal male, dalla malattia, dalla perdita. Ci chiediamo perché esistano il dolore incurabile, la dissoluzione dell’autonomia, la sofferenza che nessuna medicina può alleviare. Non sempre ci sono risposte. Ma possiamo scegliere di restare umani di fronte a queste domande.
Le cure palliative sono un avanzamento culturale enorme: affermano che ogni persona, fino all’ultimo respiro, merita rispetto e attenzione. Ma non possono essere la risposta unica e universale. Esistono casi — e non sono rari — in cui la medicina ha fatto tutto il possibile, ma non basta più. Allora la richiesta di accedere al suicidio assistito non è una fuga, ma un gesto di coerenza con sé stessi. Un atto che dice: “La mia vita ha avuto senso ed ora scelgo di chiuderla nel rispetto di ciò che sono”.
Non è una resa, ma una scelta. Non un cedimento, ma un modo di non tradire la propria storia.
Cure palliative e suicidio medicalmente assistito non sono alternative, ma risposte diverse a bisogni diversi. Entrambe nascono dallo stesso principio: la dignità della persona e il suo diritto a non essere ridotta a un corpo che soffre.
Saper morire è parte del saper vivere. E se davvero vogliamo una società che rispetta la libertà, non possiamo lasciare sola la Toscana. Perché non difende solo una legge, ma l’idea che la libertà non si ferma davanti alla morte, ma proprio lì chiede di essere riconosciuta.

