PALERMO – Il boss di Brancaccio si è messo in affari con il commercio delle angurie. Giuseppe Arduino avrebbe fatto in tempo ad organizzare il business prima che lo arrestassero di nuovo nel marzo 2024. Lo scorso novembre è stato condannato in primo grado a 18 anni di carcere.
Le nuove dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alessio D’Agostino (i familiari si sono dissociati dalla sua scelta) offrono una traccia investigativa. Il capomafia aveva “inserito nel commercio” l’uomo che gli faceva da autista. Un “commercio molto redditizio perché imponevano l’acquisto allo scaro”.
Per infiltrarsi nell’economia pulita i boss scandagliano nuove strade. Accade in ogni mandamento mafioso. Basta guardare gli ultimi esempi in ordine cronologico. A Resuttana l’imprenditore Gaetano Pensavecchia, diceva “questa è una cosa nostra”, riferendosi alla distribuzione di caffè.
Stava parlando con Benedetto Marciante, pedinato dai finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria mentre consegnava 500 euro al boss dell’Acquasanta, Raffaele Galatolo: “Questi sono quelli del caffè… io e Gaetano te li stiamo dando”. Nei guai Pensavecchia c’era già finito per i soldi dei boss Fontana riciclati nella società “Caffè Moka Special di Pensavecchia Gaetano”.
Restando in zona “fra gli anni Ottanta e Novanta, i Galatolo e i Madonia avevano investito ingenti capitali di provenienza illecita nel Biscottificio Lo Piccolo”, ha raccontato il collaboratore di giustizia Vito Galatolo. Il vecchio proprietario e socio, secondo i finanzieri, sarebbe stato liquidato “attraverso il pagamento di sette-otto cambiali dell’importo di circa 200 milioni cadauna”.
Spostandoci a Porta Nuova, Samuele Stassi, genero del boss Tommaso Lo Presti, gestisce una rivendita di ghiaccio. Confezioni da “10 euro” che vende “in tutta via Maqueda” ma anche nei centri commerciali della città. La fornitura di rotoloni di carta, piatti e bicchieri di plastica, caffè viene imposta con la forza dell’intimidazione. Molta merce proviene da un magazzino in via Generale Cadorna, tra l’Albergheria e Ballarò, dove c’è l’attività di altri due volti noti alle cronache, Giuseppe Di Maio e Antonino Seranella.
Altri indagati hanno deciso di puntare sulle forniture di pesce. C’è stata l’ascesa sul mercato di Francesco Paolo Putano grazie “all’appoggio di autorevoli esponenti mafiosi come Francolino Spadaro” della Kalsa. E così il pesce di Putano è finito nelle cucine di tanti ristoranti.
La probabilità di avere mangiato al ristorante i frutti di mare imposti dai boss è altissima. La “Frutti di mare Cardillo” aveva il monopolio delle forniture a Mondello e Sferracavallo. Dietro la società ci sarebbero i fratelli Nunzio e Giuseppe Serio (il primo è detenuto, il secondo libero per fine pena).
Anche Amedeo Romeo, pure lui condannato, lavorava con cozze e vongole. Nel 2022 era entrato in rotta di collisione con un altro fornitore, Salvatore Randazzo. “Venditi il ghiaccio e non ci rompere la minchia”, raccontava Romeo ad un ristoratore.
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Le indagini patrimoniali seguono la loro strada, ci vorrà tempo ma l’obiettivo è sequestrare le attività qualora emergessero le provviste di denaro sporco.
Arduino avrebbe scommesso sull’anguria. Resta da capire chi ha proseguito gli affari anche dopo il suo nuovo arresto. Il boss ha dato prova in passato di sapersi mimetizzare. Nel 2011, fino al giorno del suo primo arresto, era un insospettabile portiere d’albergo. Nel 2020 ha finito di scontare una condanna a 10 anni. Quattro anni dopo il nuovo blitz, pochi mesi fa la condanna a 18 anni.




