Prima di scrivere mi sono chiesto se avesse senso raccontare una storia di 25 anni fa. Alla fine, mi sono convinto di sì perché la politica siciliana è affetta da una malattia mortale: è eternamente la stessa. Pertanto, qualunque ‘novità’, in qualsiasi tempo accaduta, merita di essere ricordata, guardando al grigio presente.
La scomparsa di Francesco “Ciccio” Musotto – il cui ricco curriculum professionale, politico e istituzionale lascio agli articoli di cronaca – mi ha riportato al 2001 quando si candidò a sindaco di Palermo rompendo con Forza Italia in campo con Diego Cammarata e sfidando Francesco Crescimanno esponente del centrosinistra.
Vinse Cammarata, forte dell’appoggio del centrodestra, mentre Musotto, sostenuto soltanto da liste civiche, si classificò secondo superando incredibilmente Crescimanno arrivato terzo. Il contesto politico era turbolento: il centrodestra non era monolitico, lo dimostra l’addio clamoroso di Musotto, figura di spicco nella galassia berlusconiana, e il centrosinistra, nonostante le indiscutibili qualità di Crescimanno, si presentava, more solito diviso, incerto e in ritardo nella individuazione del candidato subendo infatti una cocente sconfitta.
Nel 1995 Musotto fu coinvolto in una pesante vicenda giudiziaria per concorso esterno in associazione mafiosa, accusa da cui fu assolto con sentenza definitiva nel 2001. Questo contesto è essenziale per comprendere la mia decisione, compiuta a titolo assolutamente personale ma da ex coordinatore regionale della Rete – movimento antimafia ritenuto di sinistra – di sostenere pubblicamente Musotto (altri, antico vizio siculo, lo fecero di nascosto per non esporsi troppo). Una determinazione che suscitò polemiche e critiche, percepita da alcuni a sinistra come un tradimento. A quasi un quarto di secolo di distanza rifarei quella scelta.
L’errore di fondo di chi criticava stava a monte, nel classificare la Rete come un movimento “di sinistra”. La Rete in realtà era un movimento trasversale contrario alla logica dell’appartenenza partitica e aperta a chiunque condividesse i valori costituzionali e di legalità operando da lievito culturale per rinnovare la politica.
Io, irrimediabilmente ‘retino’, non seguivo logiche di schieramento predefinite scorgendo nel gesto anticonformista di Musotto un’eco delle mie convinzioni.
La candidatura di Crescimanno, conclusione residuale del processo decisionale del centrosinistra, appariva un compromesso e non convinceva tutta la coalizione, inoltre Musotto, con la sua esperienza da presidente della Provincia, il suo pragmatismo e l’uscita da innocente dai processi penali sembrava rappresentare un’alternativa credibile sia al debole candidato del centrosinistra sia a Cammarata.
Infine, in un contesto di forte frammentazione, si proponeva quale personalità indipendente in grado di attrarre consensi trasversali. Insomma, rileggendo il passato possiamo affermare che se n’è andato un uomo che, con pregi e difetti, è stato comunque capace di rischiare senza paracadute, di stracciare i polverosi ‘protocolli’ della politica abbandonando, per un progetto visionario, gli agi dell’appartenenza a un partito che in quel momento era potente e disposto ad assicurargli, in cambio di un ripensamento, comode poltrone.

