Leoluca Orlando, sindaco rieletto di Palermo, festeggia la vittoria – come promesso – in piazza Bellini. L’evento sottintende una domanda: come mai la spunta (quasi) sempre lui? Come fu che il Professore, un giorno, si trasformò nel Sinnacollanno, insondabile icona a cui tutti restano indissolubilmente legati, pure quando la rinnegano?
Sulla via della festa, incede la processione per Sant’Onofrio con tanto di tamburini e trombe. Un omone agita un rudimentale campanaccio. Scusi, lei per chi ha votato? “Ollanno”, è l’esclamazione ruggente quasi offesa, seguita da un’occhiata di sfida: e chi sennò?
Medesima risposta darebbero un ciclista in transito, un professore di violoncello, un parcheggiatore dello Zen, un barista del Capo e una donna ammirata dal fulgore del Teatro Massimo, con gli occhi appesi al cielo. Luca – è una possibile spiegazione del mistero – ha il controllo di un vasto immaginario che va dalla stigghiola a Hegel e si lascia comprendere – mai possedere – da chiunque, con i gesti e con le parole. I suoi tic sono proverbiali. Quel suo espettorare il tonitruante “E’ chiarooooo???”, per chiudere ogni discorso, è oggetto di studio e di imitazione. Leoluca – certo – talvolta si scopre momentaneamente offuscato da una stella che reca con sé il luccichio di una competitiva vanità. E gli è capitato di conoscere l’amarezza della sconfitta. Ma infine – come il prodigio del sangue di San Gennaro – ridiventa il Sinnacollanno. Si riprende posto e fascia.
Ecco piazza Bellini. Lì ti rendi conto di quanto sia etereo, radicato e impalpabile il mondo orlandiano. C’è il generoso retino della prima ora. C’è il comunista della penultima settimana. Facce operative da cerchio magico. Consiglieri che stappano in trionfo. Biciclette da smuovere d’invidia i grillini. Tuttavia, i presenti compongono appena l’avanguardia dell’invincibile armata che si manifesta nelle urne, se convocata. Per cui magari pensavi: stavolta perde. Invece, vince lui: il volto di Luca – che ci sia di mezzo Hegel o la stigghiola – coincide con la sindone panormitana, degli altolocati o dei vastasi, nel preciso calco di un destino comune.
Eccolo Luca, quasi sollevato a braccia dalla folla che lo stringe, come se questo fosse un anticipo del Festino. Tutte le polemiche dimenticate, così parrebbe. Le proteste per i cantieri. I lamenti per la munnizza. I mugugni per il ciaffico. I rimbrotti per le periferie. Gli articoli di giornale sugli inciampi del tram. Il sindaco, appare ringiovanito. Uno che lo conosce sussurra: “Ha afferrato il successo per le corna nell’ultima settimana, con il popolo si esalta”. E le divisioni che pure ci sono state? Niente. Oggi è la giornata della compartecipazione che si scioglie in un abbraccio accaldato e sudaticcio.
Una nota dell’Ansa puntualizza i capisaldi di tanta, invidiabile, longevità: “Un highlander, Leoluca Orlando. Trionfa a settant’anni (li compirà l’1 agosto), strapazzando i suoi avversari, come quando, a 38 anni, sfidava dentro la Dc gli andreottiani, conquistando la poltrona di sindaco, era l’85, in una Palermo cupa e insanguinata dai morti”. Care memorie sconciate dal male piombano sulla pagina nel brivido di un terribile amarcord.
Ma eccolo il professore. Rilassato, conciliante. Distanti appaiono le corrosive stilettate della campagna elettorale: “E’ chiaro che i soliti burattinai che muovevano la vecchia amministrazione e che hanno massacrato la città vogliono tornare ora con nuovi burattini. Nuove facce, vecchi interessi. La mafia è tornata ad usare i vecchi metodi di sempre: la promessa di soldi, di favori, di posti di lavori, di pacchi di pasta. Dove questo non basta, sono tornati i messaggi ben più espliciti e le minacce”.
Ora, con una mossa teatrale, afferra un microfono precario, attaccato all’eco un po’ gracchiante di due altoparlanti: “Siamo qui per guardarci negli occhi. Siamo qui per un grazie. La ragione del mio cammino è l’amore, l’amore per Palermo”. Fine. Un brevissimo messaggio.
E davvero la voce si è incrinata, con un tintinnio di cristalli, sull’ultima sillaba, quasi per soffocare un’emozione profonda? O si tratta dell’ennesima trovata scenica di uno smaliziato attore, a suo agio tra cronaca e storia? Una sera struggente di afa e gelsomini corrobora la suggestione. Intimità di uomo o sortilegio da stregone del consenso? Chi mai – chi – potrebbe distinguere, tra palco e realtà?

