NISCEMI (CALTANISSETTA) – Per Svimez “in questo quadro, occorre definire una decisa accelerazione dei tempi di attuazione, a partire dalle aree colpite dagli eventi più recenti”. E inoltre “sia nella gestione dell’emergenza sia nella programmazione e realizzazione degli interventi strutturali, risulta essenziale prevedere un pieno coinvolgimento dei Comuni interessati, valorizzandone il ruolo nell’individuazione delle priorità, nell’attuazione e nel monitoraggio degli interventi”.
“Per fronteggiare l’emergenza a Niscemi – ragiona Svimez – le istituzioni hanno giustamente attivato prime misure straordinarie che spaziano dal sostegno economico diretto, come la sospensione dei tributi e dei mutui, allo stanziamento di fondi per la mitigazione strutturale”.
La necessità di un approccio nuovo
“L’obiettivo primario della politica e di tutta la cittadinanza dovrebbe essere tuttavia la messa in sicurezza del territorio nisseno e regionale e il superamento della logica emergenziale per approdare a una pianificazione preventiva efficace – prosegue – correggendo le problematiche degli ultimi anni. Senza questo cambio di paradigma, il rischio è che eventi come quello di Niscemi continuino a ripetersi, trasformando fragilità note in crisi sociali ed economiche sempre più gravi”. Per cui, secondo l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, “è necessario un salto di scala nell’azione pubblica”.
“In primo luogo – suggerisce – il governo nazionale è chiamato a farsi carico dell’emergenza, assicurando risorse adeguate e tempestive per il sostegno alle popolazioni colpite, per il ripristino delle condizioni minime di sicurezza e per evitare ripercussioni economiche durature nei territori interessati”. E a seguire, in tempi brevissimi, gli interventi strutturali.
Andamento climatico, gli effetti ridurranno il reddito degli italiani
Partendo dall’analisi del caso Niscemi, per la Svimez “gli effetti economici” dell’andamento climatico “sono rilevanti” per il Paese, perché “l’aumento delle temperature incide negativamente sulla resa agricola, sulla salute della popolazione – con maggiori costi per il sistema sanitario – e sulla produttività del lavoro, con ripercussioni anche su industria e servizi. Secondo analisi di scenario che simulano un aumento moderato delle temperature di 1,5°C, “entro il 2100 il reddito pro capite italiano potrebbe ridursi in un intervallo compreso tra il 2,8% e il 9,5%”, aggiunge Svimez.
“La letteratura economica ha ampiamente evidenziato la relazione negativa tra climi più caldi e livelli di reddito, sottolineando come gli effetti possano essere differenziati in base alla struttura produttiva dei territori – prosegue – Per l’Italia, un aumento sostenuto delle temperature potrebbe tradursi in impatti asimmetrici: un lieve incremento del Pil nelle regioni settentrionali (0-2%) e, al contrario, una contrazione significativa nel Mezzogiorno (-1/-3%), con punte superiori al -4% in regioni come Campania e Sicilia”.
“Il dissesto idrogeologico diventa così anche un fattore di freno allo sviluppo, incidendo sull’attrattività dei territori, sulla continuità delle attività produttive e sulle prospettive occupazionali”, conclude Svimez.
Clima: bacino del Mediterraneo tra le ‘aree più esposte’
Per la Svimez l’effetto del cambiamento climatico “sta modificando in profondità le condizioni di rischio”. “Il bacino del Mediterraneo è riconosciuto come una delle aree più esposte agli effetti del cambiamento climatico – sostiene l’associazione per il Mezzogiorno – in particolare in termini di aumento della frequenza e dell’intensità dei fenomeni atmosferici estremi e di progressivi processi di desertificazione. Le proiezioni indicano, entro il 2050, un incremento medio delle temperature compreso tra 0,5°C e 1°C rispetto ai livelli attuali, che potrebbe salire a 1-1,5°C in presenza di concentrazioni crescenti di gas serra, con picchi fino a 2°C nella regione adriatica centrale e meridionale d’Italia”.
“In questo quadro, il diverso andamento delle precipitazioni tra territori italiani rafforza la necessità di affrontare il cambiamento climatico con un approccio territoriale differenziato, basato sul monitoraggio puntuale delle dinamiche locali. – suggeriscono gli esperti – L’aumento degli episodi di piogge intense e concentrate nel tempo, alternati a periodi sempre più lunghi di siccità, sta modificando in profondità i regimi idrologici e accentuando l’instabilità dei suoli”.
“Oltre alle alluvioni, in Italia si osserva un incremento di fenomeni meteorologici estremi direttamente connessi all’aumento delle temperature, quali: ondate di calore prolungate, crescita del numero di giorni estivi (con temperature massime superiori a 25°C) e aumento delle notti tropicali (con temperature minime notturne oltre i 20°C). Tali fenomeni risultano in costante intensificazione e contribuiscono ad accrescere la vulnerabilità complessiva dei territori”.

