CATANIA – Condannati alcuni dei protagonisti della guerra di mafia scoppiata a Paternò nel 2014 tra i Morabito-Rapisarda e gli Alleruzzo-Assinnata. La sentenza di secondo grado emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Catania, presieduta da Rosario Cuteri, tranne qualche riduzione di pena ricalca il verdetto di primo grado del Gup Giuliana Sammartino. Confermata la pena a 13 anni di reclusione per Santino Francesco Peci, così come quella di 8 anni e 8 mesi per Rosario Furnari e quella di 8 anni per Antonino Giamblanco e Sebastiano Scalia. Sentenza riformata per il collaboratore di giustizia Francesco Musumarra, che ha confessato di essere uno dei killer che ha freddato sotto casa Salvatore Leanza a giugno del 2014. Il pentito è stato condannato a 9 anni e 6 mesi. Condanna a 12 anni per Giuseppe Tilleni Scaglione a cui è stata riconosciuta dalla Corte d’Assise la continuazione con un’altra sentenza. 10 anni, invece, la pena inflitta a Salvatore Tilleni Scaglione. Antonino Magro è stato condannato a 7 anni. Cinque anni invece gli anni di reclusione comminati a Vincenzo Patti, a cui la Corte d’Assise d’Appello ha riconosciuto le attenuanti generiche.
L’INCHIESTA. Il processo è scaturito dall’operazione En Plein dei carabinieri scattata nel 2015 per porre un freno allo spargimento di sangue iniziato con l’uccisione di Turi Leanza a giugno del 2014 e con il tentato omicidio Giamblanco, qualche tempo dopo. A Paternò nel 2014 il clima di tensione era altissimo, una fibrillazione che ha portato a omicidi e agguati. I Carabinieri fecero scattare le manette a personaggi provenienti dai due clan che storicamente si contendono il potere criminale all’ombra del Castello Normanno: i Morabito-Rapisarda, alleati dei Laudani, e gli Alleruzzo-Assinnata, storici “referenti” dei Santapaola-Ercolano.
I COMMENTI DELLA DIFESA. “Posso dire che a mio avviso la sentenza non ha preso adeguatamente in considerazione tutte le questioni concrete, dedotte nei motivi di appello che hanno dimostrato in maniera documentale come la sentenza del primo giudice conteneva diversi errori”, è il commento dell’avvocato Salvo Leotta, difensore di Francesco Peci. “Primo fra tutti – spiega il legale – il ruolo erroneamente attribuito a Pedi di concorso nel tentato omicidio Giamblanco, quando in realtà dalla lettura delle dichiarazioni dell’unico collaboratore, Musumarra, si evince chiaramente come il Peci non era nemmeno fisicamente presente nei luoghi. Ci auguriamo – conclude – che i giudici della Cassazione a cui ricorreremo avranno la dovuta attenzione”. Sono curioso di leggere le motivazioni della sentenza – commenta invece l’avvocato Francesco Messina, difensore di Giamblanco – sul punto del riconoscimento di questa fantomatica associazione che gravitava attorno al Leanza e che ha con certezza una data di fine mentre si sono dimenticati di contestare una data di inizio. Il reato associativo sembrerebbe trasmesso per contagio malarico”.
LA GUERRA DI MAFIA. Nel 2014 a Paternò era in corso una vera guerra per la conquista del potere criminale. L’omicidio di Salvatore Leanza (Turi Padedda), boss del clan di Giuseppe Alleruzzo, sarebbe stato eliminato per evitare la scalata dei Santapaola. E non sarebbe bastata l’eliminazione di Turi Padedda, Salvatore Rapisarda che nel frattempo era finito in carcere per espiare una pena avrebbe dato l’ordine (da dietro le sbarre) per uccidere un altro esponente del clan rivale. La vittima designata era Antonino Giamblanco che però intuisce di essere bersaglio di un commando armato e riesce a fuggire appena in tempo. I carabinieri nella strada che porta alla discarica di Motta Sant’Anastasia hanno trovato l’auto abbandonata e diversi bossoli sull’asfalto. Pallottole di un mitra, un M12 con silenziatore, che dopo è stato sequestrato a Francesco Peci. A chiudere il cerchio sono state le parole di Franco Musumarra, detto Cioccolata, che ha svelato gli inquietanti momenti dell’omicidio di Turi Leanza.

