Ho incontrato mio padre | Ora fa il barbone

Ho incontrato mio padre | Ora fa il barbone

Ci sono incontri che cambiano il comune sentire con cui affrontiamo il mondo. Come la pensava, in proposito, Dracula?

“Voi credete nel destino. Che perfino i poteri del tempo possano essere cambiati per un solo scopo?”. Lo domanda Dracula a Jonathan Harker nella sala da pranzo del castello in cui il giovane impiegato è prigioniero. E’ una frase che risalta dalla pagina, dai canini del conte, dal pallore sul volto della sua vittima, perché ha una consistenza propria. Potremmo trovarla scritta su un muro, sul diario di scuola, sulla ricetta del medico curante: il brivido di profondità non cambierebbe. Io l’ho immaginata, come trascritta su una pergamena, negli occhi di un uomo incontrato al Cep, nella Palermo periferica. L’ho rivista nel lampo che ci ha uniti, mentre andavo rimuginando sul miracolo appena accaduto. Avevo ritrovato mio padre. Quell’uomo era mio padre, che avevo evidentemente creduto morto nell’estate dell’Ottantotto. La mia scandalosa certezza, accompagnata da un respiro lungo quasi trent’anni, è durata un secondo.

Ognuno di noi possiede una natura poetica, consacrata alle fede nelle parole e nei prodigi. Poi c’è una sostanza raziocinante che ci permette di separare le illusioni dalla realtà. Non può essere, mi sono mormorato addosso. E allora chi è costui? A chi appartiene la figura che si ostina a sbandierare l’incredibile somiglianza, mentre mi passa accanto?

Un barbone, sicuramente. Un povero che chiede la carità sul marciapiede. Uno sbandato ai margini. Tipico il suo abbigliamento, un’uniforme della caduta senza rete. Il pantalone sdrucito. Il maglione sporco. La coppola stinta calata sulla testa. Ma sotto, due occhi che conoscevo nel dialogo di una quotidiana dolcezza, un sorriso familiare, le ciglia congiunte da una linea leggera, le mani da pianista, un’aria da professore di italiano e latino travestito da homeless. Uno scherzo del destino, dunque, oppure l’inveramento della profezia del vampiro di Bram Stoker, con un’idea molto precisa degli eventi soprannaturali.
La magia del mondo è stata divorata dalla velocità degli orologi. Una volta, ogni fatto insolito era sintomo di una necessità di scoperta. Si partiva per il Catai e si arrivava in America. Le persone erano sintonizzate sulle frequenze di una lentezza che concedeva buche da riempire con i pensieri, con le emozioni. Oggi non più. La tecnica ha sostituto le formule del negromante insieme al versetto sacro. Così, lo strano caso del Cep è rimasto inghiottito nelle occupazioni abituali di una creatura dell’evo contemporaneo. E lì, nella confusione generata dal primo squillo della sveglia, è rimasto sepolto, fino a qualche giorno fa.

Mi è capitato di ripassare davanti al portone della mia vecchia casa, a piazza Europa Tredici e di guardare il sesto piano. I fiori sono cambiati. Petali gialli hanno preso il posto dei gerani. La serranda è la stessa, come il vetro smerigliato del balcone. Eguale è il colpo d’occhio sulla chiesa a forma di barca che domina la piazza. C’era qualcosa di guizzante nell’affacciarsi in una mattina di pioggia, sentirne l’odore e avvertire col naso, nelle gocce, un riflesso dell’altrove. I bambini sono consanguinei dell’altrove. Lo annusano, lo seguono, quasi lo sfiorano, talmente terribile è la profondità dell’innocenza. Infine, crescono. Dimenticano. Ripassando davanti al portone, un bambino si è impadronito per un attimo di me. Ho ricordato tutto. Mio padre nel suo studio. I libri di grammatica latina, il tagliacarte sulla scrivania di fianco a un gigantesco paralume, il vinile di Dalla sullo stereo Hitachi, il profumo di pipa appena spenta, il pavimento lustrato da Vincenza.

Già, Vincenza la fantastica signora della pulizia che abita ancora al Cep, con la sua voce roca alla Joe Cocker, sicché quando rispondeva al telefono, l’interlocutore un po’ si spaventava. Vincenza sta nello stesso quartiere dell’apparizione. Saprà chi è il barbone della storia. Le ho telefonato. Mi ha risposto sua figlia, anticipando la mia domanda: “Sai Robbè (lei è più sui vocalizzi alla Kate Bush) c’è un barbone qui che somiglia a tuo padre. Si chiama Ciccino. Noi vi vogliamo bene e la cosa ci ha fatto tanta impressione. Ma pure quelli che non sapevano niente di tuo papà, quando vedono Ciccino, lo chiamano ‘il Professore’. Poi lo salutano con affetto”. E ora chi potrebbe affermare che il conte Dracula, vampiro, poeta, spirito perso e bambino, non avesse ragione al colmo del suo altrove? Voi credete nel destino?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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