Paparcuri, il 'sopravvissuto': "Ho visto piangere Falcone"

“Ho visto piangere il dottore Falcone. L’anniversario? Come una festa…”

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L'anniversario della strage di Capaci. Il ricordo di Giovanni Paparcuri
L'ANNIVERSARIO DELLE STRAGE DI CAPACI
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PALERMO- “Sì, una volta ho visto il dottore Falcone piangere. Fu quando il consigliere Caponnetto salutò tutti, alla fine del suo incarico. Noi eravamo la famiglia dei giudici. Del dottore Falcone, del dottore Borsellino…”.

In tanti anni, Giovanni Paparcuri non è mai riuscito a chiamarli ‘Giovanni e Paolo’, il dottore Falcone e il dottore Borsellino. Nella sua memoria sono vivi come quei giorni, quando lui collaborava con loro, da servitore fedele dello Stato. Dunque, la forma va rispettata come allora.

In tanti anni, Giovanni Paparcuri non ha mai messo un velo di indifferenza sulle sue ferite che sanguinano sempre. Il dolore di troppi addii non diminuisce. Il corpo devastato dalla bomba dell’attentato contro il consigliere Chinnici. L’anima sventrata dalle stragi del ‘92, dalla dissolvenza dei colleghi e degli amici morti in servizio.

Paparcuri è una leggenda vivente dell’antimafia, però non si è mai iscritto all’albo. In questi giorni si trova a Bergamo, per raccontare la sua esperienza. Lo fa con delicato distacco, davanti agli altri, non glorificandosi, non mettendosi davanti, restando un passo indietro.

Falcone e Borsellino al matrimonio

“Parlo soprattutto con i giovani e li trovo attentissimi. Vogliono sapere, vogliono parlare, si infervorano. Non è vero che le ragazze e i ragazzi sono apatici, che non gli interessa niente. Certi adulti sono diventati così. Che politica diamo ai giovani? Che futuro gli stiamo costruendo?”.

“Sai – dice – c’era un clima bellissimo a Palazzo di giustizia, nonostante tutto. Il dottore Falcone e il dottore Borsellino sapevano scherzare, era il modo di alleggerire la tensione. Il dottore Falcone tirava molliche di pane. Il dottore Borsellino gli sottraeva qualche papera in miniatura della sua collezione e chiedeva il riscatto, con missive anonime: ‘Se la papera vuoi trovare, cinquemila lire devi sganciare’”.

“Ecco – Giovanni ci riflette –, ormai sto lontano da Palermo, nei giorni degli anniversari. Non polemizzo con nessuno, per carità. Però, penso che, in prima fila, nel palco, ci dovrebbero stare i collaboratori dei giudici. Non parlo di me, né per me. Eravamo tanti ed eravamo la loro famiglia. Perché la maggior parte del tempo la passavano con noi”.

“Non critico nessuno, – continua – è che gli anniversari sembrano ormai un’ostentazione, una festa… Sai cosa farò io il 23 maggio? Tornato da Bergamo, passerò la giornata accanto alla tomba della dottoressa Francesca Morvillo e le porterò un fiore”.

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Il dottore Falcone, la dottoressa Morvillo, il dottore Borsellino, gli eroi delle scorte, i martiri della vera antimafia. Trentaquattro anni dopo, le ferite di chi c’era sono ancora lì. Trentaquattro anni dopo, chi è sopravvissuto respira e cammina. Ma ha pagato un prezzo infinito.

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