La solitudine dei siciliani che porta all'odio

La solitudine dei siciliani

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Gli eroi erano soli. Ma anche noi, a modo nostro, lo siamo
LA RABBIA CHE PORTA ALL'ODIO
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La solitudine dei siciliani buoni. Come i dottori Falcone e Borsellino. Mai soli negli affetti inestimabili e nel cuore degli onesti. Le parole d’amore che raccolgono fino all’eternità sono una testimonianza inscalfibile. Anche il sorriso del dottore Falcone, nella foto d’archivio al bunkerino del Palazzo di giustizia, è un testamento.

La solitudine degli eroi

Ma esiste una solitudine del fraintendimento, della calunnia perpetua e perfino di una cinica idolatria. Non erano arcangeli vendicatori, comodi contenitori figurati di ogni eccesso. Erano grandi giudici, col senso dello Stato e, perciò, della misura. Non erano nemmeno facili per il sistema. Che, infatti, tentò di bloccarli. Riscontrando l’ausilio insperato di certa politica fanatizzata e di certa magistratura, sicuramente in buonafede, attentissima agli scatti di carriera.

Le ultime parole in libertà – e a sproposito – sul dottore Giovanni Falcone marchiano la solitudine subita di chi, dopo la sua morte, non può più alzarsi e dire: lasciatemi in pace. Oppure, se proprio dovete chiamarmi in causa, fatelo con appropriatezza. Così, resti solo, con la tua cristallina coerenza, nel vestito assurdo che ti cuciono sulla memoria.

La solitudine, per i siciliani, è un dato endemico. Non c’è l’unica ed eccezionale condizione degli eroi, destinati a muoversi con circospezione in un mondo di accomodamenti. Esiste la solitudine dei siciliani, in quanto tali e basta, alle prese con gli esiti acerbi offerti dalla terra che abitano.

La solitudine dei siciliani

Non è un discorso strettamente da campagna elettorale. Chi vuol essere candidato sia. Tenendo presente che il governo in carica rivendica risultati economici solidi, oggettivamente certificati. Qui si parla del dolore. Dunque, della solitudine di un popolo ancora lontano dalla normalità.

La solitudine dei siciliani giovani che partono, non per ricchezza di orizzonti, per necessità di sopravvivenza.

La solitudine dei siciliani che entrano in un reparto di ospedale e incontrano ostacoli insormontabili per l’ansia di chi sta male, in cerca di un sollievo repentino.

La solitudine dei siciliani che, pure in una Sicilia molto migliore della versione attuale, rischierebbero di imbattersi, in uno scenario a vario titolo, nell’arroganza di qualcuno che ha deciso di esercitare un potere, a misura della sua stessa incompetenza. Qualcuno che si erge come un muro invalicabile fra te un diritto. Che raggiungerai, forse, con un supplemento di pena.

La solitudine dell’odio

E l’acqua e il fuoco e il vulcano… Elementi di una solitudine pestilenziale, talmente caratteristica da non essere stata debellata, risultando ossessivamente noiosa. Qui può sgorgare la rabbia e trasformarsi in altro, al bivio dei significati, imboccando la strada dell’indignazione o dell’odio. Non è la stessa cosa.

L’indignazione rivoluzionaria assume il valore civile di una riscossa. L’odio perpetuo, indiscriminato, spesso vomitato sui social, contro questo o contro quello, immancabilmente a torto, immiserisce la prospettiva di rinascita, innaffiando l’erba cattiva del rancore.

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Dovremmo scansarlo. Ma questa che viviamo è la solitudine siciliana dell’odio, più che della speranza. Né si intravvede un orizzonte diverso.

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