L’inchiesta sulla gestione dei beni confiscati è una buona notizia, perché affronta un contesto assai discusso su cui è urgente che si faccia luce, perché dimostra che l’antimafia può indagare su se stessa, perché darà l’occasione ai coinvolti di provare la propria illibatezza, perché ne verrà fuori comunque una parola concreta, pronunciata dalla giustizia.
In attesa che arrivino le parole di cui c’è bisogno, salta agli occhi la latitanza di certi cottimisti della morale. Di coloro che hanno un giudizio pre-compilato su ogni argomento, dei campioni dell’indignazione che su tutto lo scibile antimafioso si esercitano, dei custodi del sopracciglio inarcato, dei celebranti che hanno scavato il loro riparo all’ombra dell’eroismo altrui.
E stupisce la marginalità di altre voci, che invece possono ben vantare una reale storia di impegno. Pensiamo, per esempio, al fondatore di ‘Libera, don Luigi Ciotti – recentemente festeggiato per i suoi settant’anni – che rappresenta un punto di riferimento autorevole. Da un personaggio del suo calibro ci saremmo aspettati almeno un parere, un’indicazione. Possibile che, sull’intrigo dei beni confiscati ai mafiosi, non abbia qualcosa da dire, con la consueta forza? Possibile che don Luigi, sentinella attenta della legalità, non abbia avvertito – nel vastissimo campo in cui ‘Libera’ vanta certamente una leadership – neanche il cenno di un odore sospetto?

