Presi di mira, minacciati, strattonati. Si moltiplicano le aggressioni contro gli operatori della sanità. LiveSicilia.it comincia oggi un viaggio per conoscere e per sostenere chi lavora e si sacrifica nella trincea dei nostri ospedali.
PALERMO– Il turno è quasi finito. L’infermiera Serena, che ha scelto un nome diverso dal suo perché “non voglio apparire”, ha gli occhi stanchi e un sorriso dolce quanto coraggioso. Anche oggi il pronto soccorso di Villa Sofia è una trincea. Di notte – raccontano – un paziente, forse con qualche problema, si è messo a tu per tu con il metronotte perché voleva essere visitato subito. E’ arrivata la polizia. Non è un evento inconsueto.
Quel sorriso ha un valore aggiunto nella sua offerta, perché cela una pena e un valore. Serena ha perso suo marito un anno e quattro mesi fa. Ha due figli. Lui era infermiere nello stesso ospedale. Raccontare questa storia significa mettere le mani su un giacimento di sacrifici quotidiani che regge la baracca. Se ognuno facesse solo il dovuto, crollerebbe tutto.
“Vuole che le parli di mio marito? D’accordo, ma con un altro nome perché nella mia esperienza non c’è niente di speciale: è comune a tanti. Ci siamo conosciuti al Policlinico, molti anni fa. Ho notato subito quel ragazzo allegro, che scherzava. E lui ha notato me perché sono battagliera, ostinata. Non perdeva mai il suo buonumore. Andava a fare i prelievi, quando sapeva che poteva permetterselo, con occhiali finti che mostravano due occhi storti. Diceva ai pazienti: ‘Devo prendere il sangue, speriamo che ci azzecco’. E loro ridevano. Nel nostro lavoro l’essenziale è stare vicini alle persone. Chi sta male vuole ricevere ascolto e assistenza. Sì, spesso un sorriso può compiere miracoli. E io continuo a sorridere, anche se la nostra vita è cambiata”.
Sono tempi difficili per chi indossa un camice bianco in corsia, specialmente in un pronto soccorso, il frangiflutti di ogni accorata richiesta d’aiuto.
“Io non ho paura – dice Serena -. e non credo che siamo più a rischio di ieri. Certo, anche a me è accaduto di fronteggiare situazioni complicate. Bisogna restare calmi. Ieri, magari, i violenti usavano di più i coltelli e le armi, mi ricordo di una pistola appoggiata al bancone come se niente fosse. Oggi utilizzano le mani. Come faccio con i miei figli? Cerco di dividermi, di essere operativa qua e di accompagnarli a scuola. Come dicevo, la nostra vita è cambiata”.
A Villa Sofia, la squadra coordinata dal primario, il dottor Aurelio Puleo, un bravo e sensibile ‘capitano’, affronta l’assalto di sempre. Il corridoio trabocca. Appena fuori, la calca di parenti e amici. Per fortuna, si va avanti con il progetto della videosorveglianza.
Serena continua: “Sono infermiera da ventisei anni, da venti qui. Potevo diventare medico, ma ho scelto un percorso più breve. L’infermiere ha un compito importantissimo: gli tocca l’approccio diretto, per questo non può permettersi di dare brutte risposte, nemmeno per lo stress. Il nostro dovere richiede equilibrio, in ogni condizione. E devi evitare di mostrare spavento. Devi fare capire al paziente che ci sono delle regole e che non può sgarrare, perché ci vuole il rispetto di tutti. All’inizio della mia carriera, lavoravo a Varese. Ho deciso di tornare qui perché so che la mia terra è bellissima e unica e c’è bisogno di persone che si sacrifichino. Ora mi scusi, devo andare. Mi chiamano”.
E se ne va, Serena che non si chiama così. Lasciando dietro di sé un po’ del suo sorriso. E pare di vederli insieme, lui e lei – lei che aiuta tutti, lui che aiutava tutti anche da malato – che chiacchieravano, stretti stretti, che si amano, che non si sono mai perduti, che ancora si parlano e ridono di un paio di occhiali finti.

