PALERMO – Il dito indice puntato, il braccio brandito con movenze da ultras, l’immancabile sigaretta tra le dita. E quella voce stizzita, ben oltre i decibel d’ordinanza. Agitato lo si era già visto. Ma a tal punto non ancora. Non è il periodo migliore della presidenza di Rosario Crocetta, questo è pacifico. E il nervosismo del governatore è esploso nel quadretto che questa settimana che finisce consegna alle cronache (difficilmente alla storia) della Sicilia. La scena è quella vista (e ripresa) durante la marcia di solidarietà al pm Nino Di Matteo. Una cornice d’antimafia doc di quelle che mettono a proprio agio il presidente gelese. A guastare la festa, una contestatrice dei No Muos, che strillando accusa il presidente di essersi “venduto la Sicilia agli americani”. Crocetta resiste per un po’, tenta di portare avanti l’intervista con i cronisti, fin quando esplode, con la foga d’un liceale arrabbiato, scagliandosi con veemenza contro la contestatrice. Bollandola con una duplice e definitiva etichetta: “Ideologica e stronza”. Impossibile sapere quale dei due insulti sia risultato più sgradito all’interlocutrice. Quel che è certo, è che lo show definitivamente affida all’era della politica della parolaccia il crocettismo, accompagnando l’esuberante governatore in un affollato parterre de rois.
È la politica ai tempi di Cetto Laqualunque, che col suo inno al “pilo” a volte appare un’educanda al cospetto del lessico degli onorevoli del terzo millennio. Un’era in cui il dito medio e il gesto dell’ombrello hanno trovato cittadinanza nella comunicazione politica, in compagnia di una pletora di vocaboli che in un tempo che fu i vernacoli italici utilizzavano per appellare le meno nobili parti del corpo. Ci inciampò non molto tempo fa un assessore di Crocetta, il più mediatico e superstar dello squadrone, l’immaginifico poeta Franco Battiato, che mettendo da parte i giochi d’aperture alari e le meccaniche celesti, si produsse in un indimenticato j’accuse europeo sulle troie in Parlamento. Che gli costò la poltrona riconsegnandolo a tempo pieno alle sue fortunate tournée.
L’insulto e il turpiloquio, che al di là dello Stretto il fine dicitore Beppe Grillo ha elevato a totem dai tempi del Vaffa day, hanno trovato in questi anni spazio anche nell’alato dibattito della politica nostrana. Non ricorse al turpiloquio ma certo non ci andò leggero Raffaele Lombardo quando commentando lo smarcamento di un suo deputato gli diede dello stigghiolaro. Meno pittoresco fu l’accostamento, sempre dello stesso Lombardo, di Rosy Bindi ai “cani rabbiosi”. Più spassosa fu l’indimenticabile uscita di Pippo Gianni a proposito delle quote rosa “che ci avevano scassato la m.”, disamina che fece quasi piangere l’allora ministra Stefania Prestigiacomo e per la quale, con sorniona eleganza, lo stesso pubblicamente si scusò. Insuperabile resta per cattiveria la definizione di “flatulenza della politica” che l’allora deputato regionale Alberto Acierno appioppò in un comunicato all’allora assessore Fabio Granata, che fu tentato di cambiargli i connotati tra i banchi di Sala d’Ercole.
Ora tocca a Crocetta, che votato all’innovazione rivoluzionaria spinge oltre il confine dell’onorevole parolaccia. Cambiando bersaglio: non più insulto al collega potente di turno, ma vituperio sprezzante per la quisque de populo che osa contestarlo parlando “di cose che non capisce”. Un tempo si parlava di popolo bue. Un domani, chissà, al bovino del motto sostituiremo la parola con la “str…” che al povero Fantozzi toccò scrivere di se stesso in cielo con un dito. O magari con iteoloccico. Che visti i tempi è pure peggio.

