L’ultima tentazione di Saro è il sicilianismo, con la sfavillante bandiera della Trinacria nel pugno in forma di retorica. Ecco lo stratagemma in cartellone di un presidente politicamente impresentabile che si regge grazie al sostegno di un partito politicamente insopportabile: quel Pd a cui sarebbe opportuno cambiare nome, per chiamarlo Pdc, il Partito del Chissenefrega.
Rivelatrice fu, a tal proposito, la scenetta alla direzione del Pdc, convocata per discutere dei mali del Sud: un po’ come chiacchierare di pena di morte, seduti su una sedia elettrica, ma graziosamente, col te, i pasticcini e l’affabilità del boia di contorno. Ed è lì che Saro – gran maestro di scene – ha dato il miglior peggio di sé. Prima ha interrotto Matteo Renzi che si avviava alla conclusione, strepitando dal fondo della sala. Poi, si è conquistato il palco. Infine, da inarrivabile fantasista qual è, ha sganciato la bombetta atomica: “Non abbiamo bisogno dei Soloni di Milano e di Roma”. Ed è subito servita la storica consolazione del ‘non è colpa nostra’.
Se arranchiamo nella palude di una Sicilia di vacue trazzere e uomini disperati, non è mica colpa nostra che siamo la gemma di tutte le gemme governative. Ci colpi tu, Matteo. Ci colpano “i Soloni”. Ci colpano il Nord, Garibaldi, il generale Cialdini e forse – ma sì infiliamocela che male non fa – un po’ anche la Juventus. E il pozzo nero della Sanità? Ci colpi, anzi – visto che siamo sicilianisti – ci curpi tu.
Idem per le dimissioni di Lucia Borsellino, per lo sdegno di suo fratello Manfredi e di tutte le persone oneste. Idem per la fame, per la miseria, per i soldi che ai poveri in aumento non bastano mai, mentre il famoso club Ars inanella pic-nic e riformicchie a Palazzo dei Normanni. Idem per i trasporti da quarto mondo, per i conti che non tornano, per la Formazione devastata, senza che ci sia niente al suo posto. Per l’antimafia degradabile, per la rivoluzione annegata, per l’Isola isolata: caro Matteo, la colpa è tutta tua.
Un copione già visto: il solito tetragono autonomismo, basato sulla solida specialità che è strumento del più bieco potere, il consueto rifugio dei governatori politicamente azzoppati che nulla hanno più da spendere – né illusioni, né menzogne – e perciò rovistano il fondo della bisaccia, dove c’è rimasto il sicilianismo d’accatto, la Crocettata contro Solone e i suoi fratelli.
Ma questo Saro lo può fare in forza di un’intercettazione fantasma che lo ha reso martire e che ha magicamente oscurato le voci che si disputavano la sua Sanità, a suon di incarichi e cerchietti magici. E questo Saro può ancora farlo, senza rossore – nonostante il suo essersi ridotto a macchietta politica, sbertucciata in ogni salotto televisivo – perché il Pd, il Pdc, quelli là, insomma, temono il voto più di lui. Perciò si accontentano di mandare una terra in rovina, per non pagare il dazio nell’urna, raccontando la favoletta della responsabilità. Sono loro i complici dell’ultima tentazione di Saro che non servirà a niente. Questa Sicilia è ormai inchiodata alla sua Crocetta, alla sua tragedia, alla sua corona di spine.

