L'assalto, la sparatoria, la tragedia |Archiviata l'inchiesta sui poliziotti

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Il Gip ha archiviato l'indagine sui due poliziotti che sventarono l'assalto all'Agip. Nello scontro a fuoco morì un rapinatore.

il caso giudiziario
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3 min di lettura

CATANIA – Sono serviti due anni per chiudere l’inchiesta della Procura che vedeva indagati i due poliziotti coinvolti nello scontro a fuoco scoppiato per sventare una rapina all’Agip della Tangenziale Ovest. Quella tragica notte uno dei rapinatori morì e uno rimase ferito alla testa. Al termine degli accertamenti balistici e peritali il pm ha chiesto l’archiviazione del caso al Gip a cui però si sono opposte le parti offese. Il giudice ha valutato le condotte “poste in essere dai due poliziotti sono espressione dell’esercizio di un dovere del loro ufficio” e ritenendo “applicabile la scriminante della legittima difesa” ha accolto l’istanza della Procura ed ha archiviato l’inchiesta.

LA TRAGICA NOTTE. E’ stata una tragica pagina di cronaca nera. Un commando armato (solo dopo si scoprirà che le armi erano a salve) la notte del 27 febbraio di due anni fa irruzione al distributore Agip della Tangenziale Ovest di Catania per una rapina. Due poliziotti, lì per caso al termine del turno di lavoro, intervengono nel corso dell’assalto per catturare la gang. Uno è all’interno del bar, l’altro ad aspettare in macchina. Due entrano nel locale, mentre gli altri due minacciano il benzinaio presente nel piazzale. Uno dei due ad un certo punto va a dar man forte ai complici nel colpo al bar, dove uno dei poliziotti cerca di catturare il rapinatore armato. Inevitabile la colluttazione. L’agente fuori riesce a immobilizzare uno dei rapinatori, ma quando si accorge che uno dei complici punta una pistola contro il collega spara. Il primo colpo ferisce alla gamba il rapinatore che nonostante la ferita, cerca la fuga. Parte un secondo colpo che lo sfiora alla gamba sinistra. La prima pallottola però era stata fatale. Intanto l’altro agente si accorge che gli altri due rapinatori stanno tentando la fuga e spara, ferendo alla testa un altro del commando. Solo alla fine si scoprirà che le armi erano delle fedeli riproduzioni delle pistole d’ordinanza della polizia.

LA VALUTAZIONE DEL GIP – Il Giudice è chiaro nel provvedimento di archiviazione: “le condotte poste in essere dai due poliziotti sono espressione dell’esercizio di un dovere del loro ufficio, in quanto volte a sventare la rapina a mano armata nell’atto della sua commissione da parte di quattro soggetti tutti con il volto integralmente travisato, due dei quali armati di pistola (essendo evidente come le armi a salve impugnate dalla vittima e dal ferito, in quanto fedeli riproduzioni delle armi in dotazione alle forze dell’ordine e prive del prescritto tappo rosso, non fossero in alcun modo distinguibili da armi vere)”. Per il Gip, anche in base alle risultanze dell’autopsia, il decesso di Francesco D’Arrigo è unicamente riconducibile al primo dei colpi esplosi da uno dei due poliziotti che ha determinato la lesione trafossa dell’arteria femorale destra. Il secondo colpo, sparato mentre era in fuga, ha sfiorato il rapinatore alla cosca sinistra”. Per il giudice il poliziotto “ha percepito una situazione di imminente pericolo per il collega che in quel momento era disarmato”, un fatto che “ha legittimamente indotto l’agente ad intervenire per neutralizzare la situazione di minaccia”. La morte di D’Arrigo – si legge nel dispositivo – appare in effetti costituire una “vera e propria fatalità”, per usare l’efficace espressione del pm. La perizia balistica (supportata da una visione in 3D) ha tracciato la traiettoria degli spari, dall’alto in basso. Nella valutazione della condotta del secondo agente che ha ferito il rapinatore minorenne già all’interno dell’auto per scappare. Il giudice evidenzia che il conducente era armato di pistola (“adagiata sul pianale superiore”) e che l’Opel Corsa per la fuga era diretta contromano verso lo svincolo d’ingresso. “I rapinatori in fuga – scrive nelle sue conclusioni il Gip – rappresentavano quindi una minaccia” e “l’unico mezzo per neutralizzarla ” che aveva a disposizione il poliziotto in quei momenti concitati era rappresentato “dall’uso dell’arma”.

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