Catania, auditorium, Leone e una forma che non ha precedenti

L’Auditorium, Giacomo Leone e quella forma che non ha precedenti

La testimonianza dell'architetto Isidoro Pennisi che ci dice come nacque l'idea della "Cutuliscia"

CATANIA – Dopo l’incendio che lo ha devastato, c’è chi ha provato a chiamare l’Auditorium delle Ciminiere il “Ciottolone” di Giacomo Leone. Una scelta pudica. Ma per i catanesi era e resta “a Cutuliscia”, un nome vernacolare che non lascia dubbi sull’idea originaria dell’architetto, scomparso quasi dieci anni fa. Era febbraio del 2016 quando Leone si spense, lasciando alla città un’opera monumentale che oggi, ferita dal rogo, merita più che mai di essere ripristinata. E insieme all’opera, vale la pena rievocare l’uomo che l’ha immaginata. Lo fa Isidoro Pennisi, architetto e docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

Pennisi ricorda di non poter dire “di averlo conosciuto davvero” e aggiunge che farlo sarebbe “millantato credito”. Ma, da architetto e da catanese, afferma che sarebbe imperdonabile ignorare che “Giacomo Leone è certamente il miglior architetto etneo della seconda parte del Novecento”. Con lui ebbe tre occasioni di incontro, brevi ma decisive.

giacomo leone
Giacomo Leone.

La prima risale ai primi anni Novanta, quando Pennisi si recò nello studio di via Reclusorio del Lume per visitare una collega. In quella stanza ancora dominata dai tavoli da disegno notò una grande pietra lavica nera raccolta, probabilmente, sulla spiaggia di San Giovanni Li Cuti. L’architetto l’aveva posata bene in vista e aveva dichiarato: “Io l’Auditorium lo voglio così!”. Pennisi non scambiò con lui che poche parole di rito, ma confessa che “quel tipo di approccio al progetto e alla creatività” lo fece riflettere per mesi.
Gli altri due incontri avvennero nel 2011. Pennisi cercò Leone per invitarlo a un convegno dedicato ai cento anni dalla nascita di Ludovico Quaroni. Nel loro lungo colloquio, durato quasi quattro ore, Pennisi percepì “un’arguzia fuori quota rispetto alla norma”.

Tra i molti temi affrontati, uno lo colpì sopra ogni altro: ciò che Leone chiamava “il primato dell’anonimato”, cioè la convinzione che l’opera dovesse prevalere sull’autore. Una lezione che Pennisi considera oggi “uno degli insegnamenti più importanti sulla vita e sull’architettura”, tanto da aver influenzato negli anni successive riflessioni e letture critiche sul senso del costruire.

Isidoro Pennisi.
Isidoro Pennisi.

Oggi, dopo l’incendio dell’Auditorium, il dibattito si accende: ricostruire fedelmente, trasformare l’opera o ripensarla radicalmente. Pennisi immagina che, pur essendo “di cattivo gusto mettere in bocca ai morti parole che non possono confermare o smentire”, Leone avrebbe scelto la via più semplice: “una ricostruzione immediata, una riabilitazione rapida, una riparazione veloce”. E non solo: avrebbe voluto sfruttare l’occasione per “trovare soluzioni migliori per interni e impianti”, persino aggiornando la tecnologia della copertura senza alterare la morfologia del manufatto.

Pennisi aggiunge una considerazione personale, ritenendo che sarebbe “giusto e intelligente” che una decisione chiara arrivasse entro il primo febbraio 2026, dieci anni esatti dalla morte di Leone. Bisognerebbe, sostiene, evitare di perdersi in “questioni culturali, giudiziarie o di costume”, già avviate e spesso sterili, e passare finalmente all’azione con i necessari atti amministrativi. Perché ciò che serve, conclude, è carattere.

“Il carattere viene prima della forma: è nell’animo più che nel corpo. Non è di destra, di sinistra o di centro; il carattere reagisce agli accadimenti facendo la cosa più giusta”. E in questo caso, dice Pennisi, l’urgenza ha un nome preciso: “gratitudine: per un’opera, per un architetto, per un paesaggio e per una città”.

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