CATANIA. Un marchio che al termine di mille battaglie è diventato un modello da esportare. E che si è affermato ben oltre i confini regionali e nazionali. E’ quello del fico d’India Dop dell’Etna che comprende otto Comuni: da Bronte a Caporotondo Etneo passando per Biancavilla e includendo anche Santa Maria di Licodia, Ragalna, Adrano, Belpasso e Paternò. Un’area che passa dai 300 ai 600 metri sul livello del mare. Quello che era un obiettivo ambizioso, e che ha dovuto farsi largo tra le maglie velenose delle beghe politiche, ha visto concentrare l’offerta attorno al marchio di qualità ed aumentare il potere contrattuale della filiera e di conseguenza spuntare prezzi più elevati sul mercati. Un modello “mela Melinda”, tanto per intenderci. Il Consorzio per la valorizzazione e la tutela del fico d’India Dop dell’Etna, presieduto dal catanese Carmelo Danzì, in questi ultimi anni è riuscito a raggiungere obiettivi importanti in termini di prodotto immesso nel mercato con circa 400 mila chili (dato di quest’anno): ovvero, il 62% del totale. Ma, tutto questo, può bastare?
“La priorità per i produttori è quello di riportare buona parte del valore aggiunto conferito al prodotto nell’ambito della propria azienda – spiega Danzì -, riducendo i passaggi lungo la filiera che rappresentano il vero problema circa la perdita di remunerazione in fase produttiva. D’altro canto, l’esigenza è quella di far diventare il produttore agricolo sempre più soggetto e non ostaggio all’interno della filiera”.
All’orizzonte, però, si intravede già quello che è l’atteggiamento dei mercati possibilmente concorrenziali: “Ogni qualvolta un prodotto assume una discreta importanza commerciale e pertanto una buona remunerazione, il resto del mondo si sveglia attivandosi e interessandosi alla filiera – continua Danzì -. Nel caso del fico d’India, i veri potenziali competitors sono rappresentati dai Paesi del bacino del Mediterraneo come Marocco e Tunisia dove c’è un microclima ideale per la coltivazione del fico d’India. Se poi consideriamo il costo della manodopera di gran lunga inferiore a quello nazionale, l’inserimento di questi Paesi all’interno dello scenario produttivo europeo diventa un vero rischio di destabilizzazione per il comparto siciliano”.
L’ultimo stadio di aggregazione ha visto di recente unirsi i quattro principali poli produttivi siciliani (Etna, San Cono, Roccapalumba e Santa Margherita di Belice) nella firma di un protocollo d’intesa unitamente all’assessorato regionale all’Agricoltura avvenuta lo scorso 29 luglio a Palermo. “In ordine a quest’ultimo punto è allo studio dell’Ars un Ddl per il riconoscimento finalmente di una “Strada” visto che fino ad ora si è parlato solo di Strade del vino, sebbene la normativa nazionale ne prevedeva anche altre di altro tipo – conclude Danzì -. Ma è ora che anche istituzioni e politica facciano la propria parte: produttori e commercianti non possono restare soli”.

